L'OPINIONE

Sono pochi gli economisti nel mondo che non rammentano la critica sferzante che - qualche anno fa - rivolse loro la regina del Regno Unito per sottolineare la palese incapacità della loro professione a prevedere la crisi globale scoppiata a cavallo tra il 2007 e il 2008 e che tormenta l'intero pianeta ormai da un decennio. Ciò nonostante sono gli stessi economisti costretti, proprio perché quello è il loro mestiere, a fare stime su quello che avverrà nel prossimo futuro.Le prospettive ipotizzate da un'organizzazione prestigiosa come l'Oecd ci dicono che - quasi ovunque - il 2018 sarà migliore dell'anno precedente e che il 2019 scenderà un poco, ma sarà ancora sui livelli tutto sommato non disprezzabili del 2017. Questo, ovviamente, assumendo che, al di là delle parole infuriate, la politica del presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump non conduca a veri e propri conflitti e che la radicale riforma fiscale dallo stesso intrapresa non porti il deficit del bilancio federale a creare una paura sui mercati finanziari mondiali tale da far svalutare il dollaro e a far crescere oltre misura i tassi d'interesse. Dette previsioni sono ovviamente altamente auspicabili, anche se conservare qualche dubbio è più che lecito. In maniera analoga c'è da sperare che la Cina sia in grado di superare i problemi degli ingenti debiti sia a livello pubblico, sia a livello delle imprese e riesca a continuare a crescere a ritmi superiori al 6 per cento annuo, dando un non piccolo contributo e un sostegno al commercio mondiale.La ragione, tuttavia, suggerisce - come accennato in precedenza - qualche perplessità. Anche l'Europa non sembra essere in gran forma. Una Germania che non riesce ancora a formare una maggioranza di governo mesi dopo le elezioni politiche è un fatto che sconvolge la tradizione. Per non parlare della Polonia e dell'Ungheria, che sembrano non troppo lontane da una uscita di fatto dall'Unione se consideriamo i valori democratici parti essenziale di quella che, non senza significato, un tempo si chiamava Comunità europea.Unità e forza dell'Europa sarebbero, invece, molto necessarie proprio per il venir meno da una parte della leadership statunitense e dall'altra perché l'uscita del Regno Unito presenta incognite non facilmente prevedibili sul piano economico anche per i Paesi del Continente.E l'Italia? Anche da noi, come in altri Paesi europei, le zone d'ombra per il futuro sono rappresentate prevalentemente dal nebbioso panorama politico. Se è quasi impossibile prevedere con certezza l'esito delle elezioni politiche che dovranno svolgersi in primavera, ancora di più è immaginare la formazione di una coalizione in grado di governare con uno sguardo al futuro come sarebbe necessario. Certo il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha mostrato che si possono fare riforme serie e profonde e dare attuazione a quelle impostate dal suo predecessore anche con una maggioranza incerta e molto spesso inquieta. Nessuno può escludere che il "semi-miracolo" si ripeta e che un governo in carica perché solo non si riesce a formare una maggioranza continui ad andare avanti per un periodo più lungo di quello ragionevolmente prevedibile, non intaccando quella fiducia dei consumatori e dei turisti che ha rappresentato un fattore importante della ripresa in corso.Non è, poi, da escludere che si realizzino per via prevalentemente amministrativa proprio quelle riforme che risultano necessarie per consentire alle numerose imprese capaci ed innovative di cui disponiamo di continuare ad affermarsi nei mercati mondiali. Sono, per altro, speranze in ogni caso piuttosto deboli. Molto meglio sarebbe se gli italiani ragionassero con il cervello e, nel compilare la scheda elettorale, evitassero il voto a favore di chi dubita dell'euro, non vuole quegli immigrati di cui abbiamo bisogno, o di chi ha già ampiamente dimostrato di non saper governare bene.©RIPRODUZIONE RISERVATA