Tensione nel Mediterraneo «Stop dai libici ai soccorsi»

L'Italia può essere capofila tra i Paesi europei per la presenza in Africa. È l'obiettivo indicato dal premier Paolo Gentiloni, perché «si gioca in Africa il futuro dell'Europa». Non solo sulla cooperazione, ma anche sugli investimenti pubblici e privati, soprattutto ora che «l'economia italiana è in ripresa». L'interscambio di 34 miliardi tra Italia e Africa «può crescere molto, ma già l'anno scorso siamo stati primo Paese in Europa e terzo nel mondo per investimenti nell'Africa subsahariana, con oltre 12 miliardi» dice Gentiloni dal giardino del palazzo presidenziale angolano, dopo aver incontrato il presidente Joao Lourenco. Il potenziale, spiega, è altissimo e l'Italia ora si è data questa priorità, a partire proprio da Paesi come l'Angola. Domani ad Abidjan, in Costa d'Avorio, Gentiloni prenderà parte con gli altri leader europei a un vertice tra Ue e Unione africana. Da lì, ribadisce il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, bisogna lanciare un «vasto piano Marshall» per l'Africa, con uno stanziamento di «almeno 40 miliardi».di Mariaelena FinessiwROMAIl viaggio del Papa in Myanmar è iniziato ieri, a Yangon, dall'incontro con il comandante in capo della Difesa, generale Min Aung Hlaing, al quale - per un cambio di programma - si è aggiunta una delegazione di altri vertici militari, gli stessi che per lungo tempo hanno governato l'ex Birmania in modo autoritario. Un incontro che il cerimoniale vaticano ha classificato come «visita di cortesia», ma che a tutti è apparso come un avvertimento rivolto a Francesco rispetto ai paletti da non superare in una terra politicamente tormentata. «Nel colloquio di oggi - ha spiegato infatti il portavoce della Santa Sede, Greg Burke - si è parlato della grande responsabilità delle autorità del Paese in questo momento di transizione». A Francesco è stato pure raccomandato di non pronunciare il termine "Rohingya" con il quale viene identificata la minoranza etnica, di fede islamica, cacciata dal governo e costretta a rifugiarsi in Bangladesh, l'altro Paese che Bergoglio visiterà dopo il Myanmar.«Ho avvertito il Papa - ha raccontato il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon - Gli ho detto che sia il governo che i militari, ma anche la gente in generale e soprattutto gli appartenenti alla polizia, non gradiscono questo termine, che ha un'accezione molto politica». «Se usi questa parola - ha sintetizzato il porporato, interpretando il pensiero dei birmani - vuol dire che sposi completamente la loro causa». Da fine agosto l'esodo dei Rohingya verso il Bangladesh (622 mila secondo l'Unhcr, che vanno ad aggiungersi ai 160 mila già presenti), i villaggi dati alle fiamme e le uccisioni extragiudiziali raccontano le proporzioni di una tragedia umanitaria che le Nazioni Unite hanno definito «un caso da manuale di pulizia etnica». Ed è facile credere che i Rohingya siano anche la ragione per la quale il faccia a faccia con il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato e ministro degli Esteri, è stato rimandato a oggi. Simbolo della lotta per i diritti umani, San Suu Kyi è stata duramente criticata per non aver preso una posizione contro la persecuzione di questa minoranza che è tra le più perseguitate al mondo e che la maggioranza buddista del Paese considera illegale. Dunque Bergoglio non potrà parlargliene, e se lo farà non sarà in una circostanza pubblica. Il resto della visita apostolica in Myanmar (Paese che per la prima volta riceve un pontefice) continuerà a essere connotata molto più da elementi di diplomazia istituzionale che di religiosità. Oggi Francesco si sposterà nella nuova capitale del Paese, Naypyidaw. Costruita in pochi anni è abitata già da un milione e mezzo di persone. Il suo nucleo è una città fortezza, la cui urbanistica è tale da rendere difficili eventuali sommosse popolari. Qui il Papa farà il suo primo discorso pubblico, ma per la notte dovrà farà ritorno a Yangon e pernotterà nella residenza dell'arcivescovado poiché non c'è ancora una nunziatura nel Paese: le relazioni diplomatiche sono state infatti intraprese solo a maggio, con la visita di Aung San Suu Kyi in Vaticano. ©RIPRODUZIONE RISERVATAdi Maria Rosa TomasellowROMAQuattro ore in attesa dell'arrivo della guardia costiera libica, mentre le condizioni meteo peggioravano, con il rischio che le imbarcazioni cariche di uomini, donne e bambini si spezzassero, o affondassero. Quatto ore, un tempo infinito in mare aperto, in mezzo a quel Mediterraneo che ha già inghiottito migliaia di persone, senza potere offrire aiuto e assistenza, perché la marina libica ha vietato ogni intervento. Il racconto di un naufragio evitato d'un soffio, venerdì scorso, sotto lo sguardo impotente dell'equipaggio della nave Aquarius di Sos Mediterranée è di Luca Salerno, coordinatore di Medici senza frontiere, che era nella sala comando dell'imbarcazione. «Eravamo in acque internazionali, e abbiamo visto il primo gommone in difficoltà, poi ne sono arrivati altri. Invece di essere autorizzati a intervenire subito, ci hanno messo in stand-by per quattro ore, in attesa di motovedette e navi libiche che hanno caricato i migranti a bordo e li hanno riportati di nuovo in Libia». In un Paese dove l'incolumità e la protezione dei profughi non solo non è garantita, ma dove i campi di accoglienza sono campi di prigionia sotto accusa per le spaventose violazioni dei diritti umani. Un dramma denunciato dalle organizzazioni non governative, ma anche dalle stesse Nazioni unite, inutilmente.«Quei migranti potrebbero tornare nelle mani dei trafficanti, o a correre nuovamente rischi in mare» ha sottolineato Salerno. «Non si può accettare di vedere esseri umani morire in mare, né di vederli ripartire verso la Libia» ha detto Sophie Beau, cofondatrice e vice presidente di Sos Mediterranée International. «Sono questi i "corridoi umanitari" di cui parla il ministro Marco Minniti? - chiede il parlamentare di Mdp Arturo Scotto - Questo episodio getta ulteriori ombre sull'accordo con la Libia di qualche mese fa. Di umano non è rimasto nulla». Torna a chiedere vie legali per l'ingresso in Europa anche il Centro Astalli, il servizio dei Gesuiti per i rifugiati: «Assicurare il diritto d'asilo oggi significa permettere a migranti forzati di arrivare in Europa senza rischiare la morte affidandosi a trafficanti e criminali».L'esistenza dei gironi infernali in cui sono stati trasformati i campi libici è confermata ogni giorni dai nuovi racconti di chi sbarca, finalmente salvo, in Italia. Come i 421 salvati dall'Aquarius a 24 miglia dalla costa libica, a est di Tripoli, su una imbarcazione di legno sovraccarica e in difficoltà, che hanno toccato terra ieri mattina a Catania e che al loro arrivo hanno intonato canti di ringraziamento e di gioia, per esprimere la felicità di essere vivi, di essere scampati alla morte. Centosettanta donne, 98 i minori, giovani, quasi tutti eritrei, in gran parte con segni di violenza, malnutrizione, disidratazione. Facevano tutti parte di un gruppo detenuto per mesi a Sabrata, poi trasferito a Bani Walid, diventato un centro nevralgico del traffico di esseri umani. «Nelle prigioni venivamo picchiati con cavi elettrici, i libici non hanno umanità. Tutti eravamo di proprietà dello stesso uomo, il "boss". Altre seicento persone appartenevano a un altro "boss"». Le loro voci emergono da un inferno: le donne violentate, gli uomini picchiati e torturati con il telefono in viva voce con le loro famiglie, per "convincerli" a pagare per la loro liberazione. Una situazione che disonora la comunità internazionale. Oggi la questione del traffico degli schiavi in Libia, rivelato da un video-choc della Cnn, sarà su richiesta della Francia discussa dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, mentre domani e giovedì sarà portata al tavolo del vertice tra Ue e Unione africana in Costa d'Avorio.©RIPRODUZIONE RISERVATA