Trame e grandi manovre dopo il patto dell'arancino
di Nicola CordawROMA L'orizzonte è quello di un Italia tripolare che a poche ore dal voto siciliano guarda alle politiche di primavera. "Chi sfida chi" è la questione di fondo che avrà effetti soprattutto a urne chiuse e la legge elettorale, che non aiuta a polarizzare il voto, costringe a giocare su più campi. Quello del centrodestra allo stato sembra il più in salute dopo quel "patto dell'arancino" siglato a Catania da Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni che, sondaggi alla mano, stanno provando a far prevalere le ragioni dell'unità rispetto a ciò che ancora li divide. La leadership prima di tutto ma anche il programma. «C'è chi specula su divisioni che non ci sono mai state - afferma il Cavaliere - abbiamo un programma praticamente accettato da tutti e dobbiamo solo scrivere la versione definitiva». Come sempre non gli manca l'ottimismo e infatti è Matteo Salvini a tirare il freno su «un'intesa di principio» che ancora non è chiusa. Un punto di partenza anche per Meloni perché «intese così complesse sui destini degli italiani non si raggiungono in un'ora e mezza a cena». Va bene il "polo dell'arancino" ma resta "il non detto" e cioè che cosa capiterà se non ci sarà una maggioranza definita e chi si vorrà caricare della responsabilità di fare comunque un governo. «Serve una maggioranza ampia e forte per non ricorrere alle alleanze, per esempio con la sinistra e questo non è auspicabile» dice Berlusconi parlando della Sicilia, alimentando però i sospetti di Salvini che ancora non si fida. I tre leader di Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, per ora ci credono, e indicano come il punto di partenza proprio le elezioni siciliane, per una vittoria a portata di mano, possibile onda a favore verso il voto delle politiche. Mentre Renzi attacca ancora duro su «banchieri e le alte burocrazie», dalle parti del Nazareno è altissima l'attenzione sul termometro del voto regionale di domenica e sugli esiti della sfida con la sinistra che avranno certamente dei contraccolpi sugli equilibri del partito. Non lo nasconde il ministro Andrea Orlando secondo cui «dopo la Sicilia si discuterà di coalizione e di tutto, anche del premier». Parole che fanno saltare sulla sedia l'intendenza renziana per voce di Orfini: «Abbiamo fatto un congresso, Orlando l'ha perso mentre l'ha vinto l'attuale segretario che sarà il candidato premier». Schermaglie che allontanano sempre di più la costruzione di una coalizione di centrosinistra, desiderio del leader della minoranza dem che continua giudicare negativamente la scelta di Mdp che in Sicilia gioca con «l'obiettivo di far perdere Renzi».Nelle tende piazzate a sinistra del Pd intanto torna a farsi sentire il Campo progressista di Giuliano Pisapia che ieri a Roma ha riunito consiglieri regionali e parlamentari rompendo gli indugi sulla presenza alle prossime elezioni politiche. L'obiettivo e di «dare una nuova casa a milioni di elettori di centrosinistra confinati nell'astensionismo o non soddisfatti dalle politiche di questi ultimi anni». La formula è quella originaria del campo largo: dal cattolicesimo democratico, alla sinistra, aperto all'associazionismo al volontariato, con interlocutori come i Radicali di Emma Bonino e i Verdi. Per una nuova forza plurale, europeista e progressista, Pisapia non rinuncia alla battaglia elettorale e insiste per una casa comune. Ovvero, rimettere insieme quelle forze di centrosinistra, divise tra un «racconto trionfalistico del Pd e il rischio di un confinamento minoritario della sinistra». Il lancio il prossimo 12 novembre.©RIPRODUZIONE RISERVATA