Senza Titolo

di BRUNO MANFELLOTTOQuando nel 1960, un anno dopo la conquista dell'Avana da parte dei "barbudos" di Fidel Castro, Alberto Korda regalò a Giangiacomo Feltrinelli quella foto di Ernesto "Che" Guevara con il basco di traverso, lo sguardo fiero e i riccioli scomposti dal vento o da una mano sapiente, certo non pensava di costruire un mito. Trasformato in poster, quello scatto magico è entrato, complice il Sessantotto, nelle stanze di migliaia di giovani, è stato issato nei cortei studenteschi, riprodotto in magliette, libri, striscioni, perfino posacenere. Per non dire di film e canzoni. Alimentando una leggenda che ancora oggi trova cultori insospettabili: i ragazzi di Occupy Wall Street, gli Indignados spagnoli, ma anche i neofascisti di Casa Pound. Eppure il dottor Guevara non sembrava portare le stimmate del mito: chi lo amava poco lo accusava di esesre egocentrico, alquanto narciso; le donne più attente, troppo macho (spica nel volume la dichiarazione di non amore firmata da Natalia Aspesi); preferiva il rischio della battaglia alla fatica politica del giorno per giorno; foreign fighter d'antan (copyright Enrico Deaglio), sognava di esportare la rivoluzione (Congo, Bolivia), ma fallì perché era troppo più avanti dei disperati che era corso ad aiutare e non riuscì a convincerli. E però una leggenda diventa tale proprio perché si pasce di passioni più forti delle umane debolezze. A meno di trent'anni Guevara si lascia alle spalle il suo paese, l'Argentina, una famiglia borghese e una laurea in medicina per seguire Castro nella Sierra Maestra; conquistata L'Avana, dove entra per primo, rinuncia presto al governo polemizzando sugli ideali traditi e sui legami troppo stretti tra Cuba e Mosca; va alla ricerca di un'altra rivoluzione e per questa trova la morte a 39 anni; il suo cadavere, vilipeso ed esposto su un tavolaccio dai suoi assassini, militari boliviani sostenuti dalla Cia, resterà nascosto per trent'anni perché la sua tomba non divenisse luogo di pellegrinaggio. Volevano cancellare un uomo, ne avevano fatto un eroe. Sono stati probabilmente questi elementi, esaltati da due immagini potenti - il fiero rivoluzionario di Korda, il cadavere offeso così simile al Cristo del Mantegna (nel libro ne scrive Belpoliti) - a nutrire un mito capace di affascinare un'intera generazione, forse perché più di ogni altro ne rappresentava i sentimenti profondi. A ciascuno il suo: per molti, il simbolo di una stagione segnata dalle prime rivolte contro il neo-imperialismo americano; per Castro, il volto romantico da esporre nelle strade a suggello di una rivoluzione che aveva liberato l'isola da una dittatura corrotta, ma che non è riuscita a coniugare democrazia, benessere e reale indipendenza; per tanti giovani, tuttora, un esempio di libertà totale da ogni potere. A cinquant'anni dalla morte, L'Espresso ha deciso di indagare ancora su un personaggio che ha lasciato un segno profondo nella società, nella cultura, nella politica con un volume curato da Wlodek Goldkorn e Gigi Riva che alterna scritti d'autore a decine di fotografie, molte delle quali inedite (in edicola e in libreria a 12,90 euro). Lo ha fatto affidandosi a grandi firme di oggi - Natalia Aspesi, Marco Belpoliti, Enrico Deaglio, Valeria Parrella, il biografo del "Che" Paco Ignacio Taibo II e naturalmente i giornalisti dell'Espresso Giancesare Flesca, Gianni Perrelli, Dante Matelli - e a quelle di ieri riproponendo i reportage d'autore - Jean Paul Sartre, Regis Debray, Gianni Corbi, George Andrew Roth, Mauro Calamandrei - con i quali il settimanale seguì la complessa vicenda cubana. Un tuffo negli anni della guerra fredda, una riflessione sulla sinistra di ieri e di oggi, il romanzo di un uomo che ha inseguito un sogno impossibile fino a morirne. ©RIPRODUZIONE RISERVATA