Giulia e Giampaolo La ricerca vista da junior e senior
PAVIA«Mi ricordo una cosa dell'Italia: che durante tutti i miei cinque anni di università, le persone mi chiedevano se mi fossi iscritta a Biologia perché avevo fallito il test di ammissione a Medicina. Era una domanda che mi faceva sempre infuriare». La 31enne bergamasca Giulia Biffi non ha dubbi: le piace lavorare all'estero. Ex-ghislieriana e ricercatrice in Biologia molecolare e cellulare al Cold Spring Harbor Laboratory di New York (s'è trasferita sette anni fa a Cambridge in Inghilterra, da tre anni vive negli Stati Uniti), non le salta neanche per la testa l'idea di rimpatriare nel prossimo futuro. Oggi torna a Pavia per ritirare il Premio Ghislieri "junor", ma, dice, «sarà solo una toccata e fuga». Perché la ricerca l'impegna tantissimo e New York è lontana. Biffi, oltreoceano, sta studiando il cancro al pancreas, il segnale che le cellule tumorali trasmettono per attivare lo stroma contribuendo alla crescita di un carcinoma; ha come obbiettivo quello di riuscire a realizzare una cura farmacologica personalizzata. «Il fine è ambizioso - ammette l'ex alunna del Ghislieri - ma io faccio parte di quel ristretto gruppo che si chiude in laboratorio per salvare delle vite. Non mi importa fare carriera, non voglio aderire ad una mentalità imprenditoriale come fanno molti professori, che guardano più ai soldi e alle onorificenze accademiche che ai malati. Desidero solo fare ricerca». Continua: «Già sette anni fa ho capito che in Italia non mi sarebbe stato possibile praticare la ricerca, quella vera. All'inizio avevo paura di andare via dal mio Paese, ero legata ai luoghi, agli amici, ai familiari e alle abitudini. Ma arrivata in Gran Bretagna ho scoperto un mondo nuovo, di cui mi sono subito innamorata: mi hanno conquistata le pratiche burocratiche sbrigative e mi hanno adulata i fondi maggiori che permettono di rischiare nelle sperimentazioni». Non la pensa alla stessa maniera il professore pavese Giampaolo Merlini, 66enne direttore scientifico del Policlinico San Matteo, il quale oggi viene insignito del Premio Ghislieri "senior". «È difficile, però in Italia si può fare ricerca - ribatte - Io mi occupo di una malattia rara e grave, l'amiloidosi, e, grazie ad un'efficiente squadra di supporto, sono stato in grado di raccogliere abbastanza fondi per realizzare, una decina di anni fa, il Centro Amiloidosi di Pavia, diventato col tempo punto di riferimento a livello internazionale. Il problema sono da sempre i soldi e per racimolarne bisogna ingegnarsi. Con il sostegno di Medusa Film, ad esempio, nel 2006 ho fatto proiettare per l'intera penisola un cortometraggio di sensibilizzazione all'amiloidosi, ho organizzato mercatini di raccolta fondi con importanti marchi di moda. Inoltre, per fortuna, negli ultimi anni le industrie risultano propense a finanziare studi sulle patologie rare, perché queste spesso rappresentano dei modelli utili anche per le malattie comuni».Giulia Biffi racconta invece la sua esperienza, spiegando che i dipartimenti esteri prendono ricercatori solo con borse di studio assicurate, in modo da non doversi preoccupare dei loro stipendi; che ogni ricercatore ha il dovere di partecipare a bandi e concorsi per contribuire a coprire le spese dei laboratori. Tuttavia, nemmeno a Merlini manca un'esperienza al di fuori dei confini nazionali: dal 1977 al 1985 è stato ricercatore all'università di Lund in Svezia e alla Columbia di New York, dove nell''85 ha declinato l'offerta di un posto come "assistant professor", in favore di un lavoro come laboratorista al policlinico di Pavia. «Sebbene all'estero avessi imparato tantissimo - commenta il direttore - ad esempio come fondere l'impegno ed i risultati del laboratorio con quelli della clinica, ho fatto le mie scelte: qui avevo famiglia e maggiori sicurezze, oltre che tanta motivazione per migliorare le cose». È Biffi a replicare: «Se in Italia mi facessero una buona proposta, io rifiuterei. Lo vedo con i miei colleghi: gli italiani che tornano lo fanno per gli affetti, non per l'oggettiva qualità della professione. Io sono testarda e resisto, ma non è facile restare negli Stati Uniti. In America si lavora e basta, un uomo e una donna valgono solamente quanto producono e le ore che stanno in ufficio o in laboratorio. Non credo sia giusto. Per certi versi, è meglio da noi dove la gente è più rilassata. Quello che ci tengo a specificare è che io non volto le spalle all'Italia, il Premio Ghislieri mi stupisce e mi onora, però purtroppo a oggi non mi sembra che ci siano le condizioni adatte per me di tornare. Soprattutto sapendo esattamente quello che voglio dalla vita e dal lavoro. Le aspettative che ho sono alte, non posso frenarmi per stare nel mio Paese. Ecco, forse tuttalpiù accetterei di buon grado un impiego in Europa. L'Europa, in generale, ha valori simili ai nostri italiani, diversi dagli americani. Nel Vecchio continente potrei sentirmi a casa». Gaia Curci