I giovani vanno all'estero L'allarme di Confindustria
di Michele Di BrancowROMAL'Italia non è un Paese per giovani. Confindustria scorge i segnali di un mercato del lavoro in ripresa e si prepara, come il governo, ad alzare le stime di crescita: 1,5% nel 2017 e 1,3% nel 2018, a fronte dell'1,3% e dell'1,1% indicati tre mesi fa. Ma poi analizza gli effetti della lunga crisi alle spalle e punta l'indice sulle politiche fallimentari che hanno spinto le menti più fresche e brillanti ad abbandonare l'Italia. Una fuga che ha un costo economico salatissimo: 14 miliardi di euro. L'indagine del Centro studi di Viale dell'Astronomia parla chiaro: dal 2008 al 2015 hanno spostato la residenza all'estero 509mila italiani: di questi il 51%, circa 260mila, avevano tra i 15 e i 39 anni. In pratica, considerando che la spesa familiare per la crescita e l'educazione di un figlio, dalla nascita ai 25 anni, può essere stimata attorno ai 165mila euro, è come se l'Italia, con l'emigrazione dei giovani, in questi anni avesse perso 42,8 miliardi di euro di investimenti in capitale umano. Per il solo 2015, con un picco di oltre 51mila emigrati under 40 (dai 21mila del 2008), la perdita si aggira sugli 8,4 miliardi. E a questi soldi bruciati va aggiunta la perdita associata alla spesa sostenuta dallo Stato per la formazione di quei giovani che hanno lasciato il Paese: 5,6 miliardi se si considera la spesa media per studente dalla scuola primaria fino all'università. In totale, appunto, 14 miliardi. Una cifra pari quasi ad un punto di Pil. In questo quadro, Confindustria è però convinta che entro la fine del 2018 l'Italia riuscirà a recuperare il terreno perduto con la recessione del periodo 2011-13. Quel che invece appare irriducibile è il divario rispetto al resto dell'Europa. Infatti, nonostante la dinamica di crescita più robusta rispetto a quella prevista in primavera, l'espansione dell'economia italiana rimane comunque inferiore in confronto ai tassi continentali. Il differenziale rispetto al resto dell'area euro resta negativo ed elevato, anche se dimezzato: nel 2017 è pari a 0,8 punti percentuali, contro l'1,5 del 2015. Per Confindustria, tuttavia migliora il deficit pubblico: quest'anno in calo al 2,1% del Pil dal 2,4% (senza includere manovra e clausole di salvaguardia) per poi risalire al 2,3% nel 2018. E inoltre inizia a scendere il rapporto tra debito pubblico e Pil: dal 132,6% quest'anno (come nel 2016) al 131,8% il prossimo. Proprio alla necessità di ridurre il debito, d'altronde, si è riferito ieri Pier Carlo Padoan. «Finché non scenderà in modo deciso - ha spiegato il ministro dell'Economia di fronte alla platea di Confindustria - ci sarà una percezione eccessiva dell'Italia come Paese a rischio. Determinante è avere un debito che scende, dare un segnale ai mercati che ci osservano da vicino». Padoan ha confermato che, anche se il sentiero è stretto, «ci sono spazi di crescita migliori rispetto a quelli che si fronteggiavano ad aprile». Tuttavia ha ribadito la necessità di insistere sulla strada delle riforme sottolineando che «sarebbe un grave errore se si dovesse passare a una legislatura in cui ci si ferma perché se si interrompe lo sforzo di riforma non si sta fermi, si va indietro. Il rischio più serio - ha ammonito il ministro - è pensare che il peggio sia passato e che poco resti da fare». Intanto il presidente dell'Inps, Tito Boeri, rinnova la richiesta al governo di introdurre un minimo salariale legale per i lavoratori che sostituisca i contratti nazionali. «L'attuale sistema contrattuale su due livelli non funziona» ha sottolineato Boeri ricordando che la proposta era contenuta nel jobs act ma che su questo punto la delega non è mai stata attuata. ©RIPRODUZIONE RISERVATA