Le sfumature della disabilità tra Golino e Santamaria
di Alberto FassinawVENEZIA Ci sono film che provano a raccontare la realtà e film che cercano la verità. "Mektoub, My Love: canto uno" di Abdellatif Kechiche, in concorso a Venezia74, fa parte del secondo gruppo. Per restituire un senso di verità, il regista franco-tunisino si affida all'esperienza degli attori e a un lavoro sui tempi caratterizzato da una dilatazione estrema che porta il film a tagliare il traguardo delle tre ore. Tutto nei suoi film dura, apparentemente, più del dovuto. "Mektoub, My Love" è il racconto di un'estate del 1994 in un paese nel sud del Francia. Amin è il protagonista non protagonista. Lui è il centro del racconto, ma appare come un semplice osservatore. Kechiche non è un autore facile, ma ha il pregio di essere ancora un uomo di cinema, anche se non si condivide la sua idea di messa in scena. "Mektoub" significa destino: «Le storie d'amore si associano spesso all'idea di fato e di karma» dice. «Il progetto è pensato in tre parti, spero dopo Venezia di riuscire a girare l'ultimo capitolo» aggiunge ricordando come lui sia anche il produttore. Per terminare quello che a oggi è un dittico, sembra abbia cercato di mettere all'asta la Palma d'oro vinta quattro anni fa con "La vita di Adele". Nella sezione Orizzonti, ecco "Brutti e cattivi". Anzi, di più: infami e cialtroni come li definisce il regista Cosimo Gomez, già scenografo con Olmi, Montaldo, Zeffirelli e Benigni. Per il suo esordio dietro la macchina da presa sceglie una dark comedy oltraggiosa e bizzarra. I protagonisti sono il Papero (Claudio Santamaria), nato senza gambe, sua moglie Ballerina (Sara Serraiocco) con la quale forma una coppia perfetta visto che lei è senza braccia, "Il Merda", un rasta tossico, e Plissè, un rapper nano. Insieme organizzano una rapina per rubare 4 milioni di euro, ma dopo il colpo ogni componente della banda sembra avere un piano tutto suo per tenersi il malloppo. «Non è un film sulla disabilità» precisa il regista. «Anzi i disabili sono guardati senza compassione. È soprattutto un'opera sull'amore, una lotta senza esclusione di colpi alla ricerca della felicità in cui ognuno segue una propria morale». Tutt'altro approccio alla disabilità quello di Silvio Soldini in "Il colore nascosto delle cose" con Valeria Golino, cieca, e Adriano Giannini, uomo di pochi scrupoli nelle relazioni. Il film è nella sezione Fuori concorso. Golino ha riversato nel film anche i suoi sentimenti di questa stagione della vita: «Ho imparato a stare da sola, anche se è stata dura». «Far finta di non vedere è brutto» dice del suo ruolo «bisognava astrarre, andare oltre e io ho avuto alcuni fortunati momenti di grazia in cui io non vedevo realmente più». ©RIPRODUZIONE RISERVATA