PUNTO DI VISTA CAMBIATO MA ATTENTI AGLI INTERESSI
L'Italia incassa un primo successo nel vertice di Parigi sull'immigrazione. Dopo anni di infruttuosi tentativi, Roma riesce a ottenere l'esplicito consenso sulla sua strategia di Parigi e Berlino, oltre che di Madrid, sorella latina candidata altrimenti a svolgere il ruolo che l'Italia ha avuto dopo la chiusura della rotta balcanica. Certo, l'accordo deve passare il vaglio dell'Unione europea, delle sue istituzioni e delle sue opposizioni interne, ma sembra difficile che a Bruxelles si possa rovesciare un'impostazione avallata ufficialmente da Macron e la Merkel. Toccherà poi anche al summit Ue-Africa definire meglio gli interventi. Il cambio di ottica è evidente. L'Unione manda in soffitta una politica concentrata sulla gestione delle "emergenze", dunque sugli sbarchi, e mette al centro l'azione di stabilizzazione dei paesi africani, Libia, Niger e Ciad, dai quali transitano i migranti dell'Africa subsahariana, ma anche i paesi d'origine dei flussi. Prevenire le partenze è l'obiettivo. Certo, non sarà facile raggiungerlo, legato com'è a fattori variabili, da quelli economici a quelli climatici, da quelli politici a quelli etnici; ma, finalmente, l'approccio è quello geopolitico: come si pretende da un'organizzazione della dimensione e il peso della Ue. Se non si interviene sulle cause, il fenomeno è, infatti, destinato, a riproporsi ciclicamente. Per evitare che lo spostamento verso sud dello sguardo finisca per gravare solo sulle spalle dei migranti e rifugiati, stretti tra l'alternativa del diavolo del partire comunque o, se respinti, finire nei lager libici, saranno le strutture dell'Onu a intervenire, vigilando anche sul rispetto dei diritti umani. Saranno poi facilitati i "ritorni volontari", oltre che dati aiuti all'integrazione economica dei migranti nei loro paesi d'origine. Una politica, come si può comprendere, molto costosa finanziariamente ma che viene avallata dai leader dell'Europa carolingia e renana, consapevoli che un simile fenomeno non può essere scaricato solo sulle spalle italiane. Vanno in questa direzione anche le parole della Merkel, alla vigilia del vertice. Per la cancelliera occorre superare gli accordi di Dublino, che imponendo al paese nei quali i migranti sbarcano anche l'accoglimento hanno scaricato su Italia e Grecia un problema comune, e mettere fine agli egoismi nazionali sui ricollocamenti. Dunque la tenacia italiana, sembra pagare. Certo i tempi di attuazione per un programma di tale portata non sono brevi. Gli elogi di Macron all'Italia non cancellano poi una certa differenza di interessi in Libia, in particolare sul versante energetico. Ma la prospettiva, oggi, pare diversa. È indubbio che merito rilevante vada a Minniti che, da politico di vecchia scuola, quella tanto vituperata nel tempo del primato della comunicazione, della personalizzazione e dell'improvvisazione della politica, ha messo in campo, tassello dopo tassello, una strategia d'intervento a tutto campo, finalmente coerente. Alcuni pezzi di questa politica possono essere parsi criticabili, come il codice per le Ong pure avallato nel vertice parigino, ma va riconosciuto che il ministro dell'Interno ha sempre avuto come bussola l'azione nei paesi dai quali i flussi provenivano o transitavano. Uno spostamento di sguardo decisivo. Lo dimostra lo stesso coinvolgimento di Niger e Ciad, i rapporti con le tribù nel sud e quello con i sindaci delle città costiere in Libia, lo sforzo per stabilizzare non solo politicamente ma anche economicamente - il traffico dei migranti è una delle maggiori fonti di reddito nazionale e la sua informale redistribuzione garantisce consenso e potere - l'ex "Quarta Sponda". Obiettivi perseguiti anche con l'estensione del tradizionale campo d'intervento del Viminale. Del resto, nel tempo della globalizzazione la stessa distinzione interno/esterno, in particolare sull'immigrazione, si fa sempre più tenue.©RIPRODUZIONE RISERVATA