l'opinione
«Il Papa! Quante divisioni ha? ». Se lo chiedeva Josif Stalin e quella domanda è finita nel grande libro degli aforismi con tanto di numero di codice (Per i pignoli: 181510256). Oggi l'interrogativo potrebbe riguardare l'Europa. Il pericolo non è lo stesso avvertito dal rais comunista, l'invasione cristiana nell'impero in cui splendeva il sol dell'avvenire.Il pericolo, anzi la tragedia, è il fondamentalismo islamico che sconvolge una giornata di mezza estate nel giardino delle libertà occidentali.E per divisioni non si devono intendere le armate, ma l'esatto opposto: le dispersioni di una forza militare inesistente, i frazionamenti di un pensiero sempre più debole, gli sbandamenti di un esercito che non si identifica in un'unica, grande caserma dalla quale organizzare difese decenti. Con i cannoni e con l'intelligence. Ci sono venuti i brividi la sera dell'attentato a Barcellona ascoltando in tv, a sangue caldo, la dotta analisi di uno stratega geopolitico. Diceva che l'Is non ha più una regìa: è un malato terminale prossimo a esalare l'ultimo respiro per poi bruciare tra le fiamme dell'inferno con le quali ha incendiato le sicurezze del mondo civile.Alla faccia del moribondo, caro dispensatore di buonismo mediatico. Non fosse saltata per aria la santabarbara che avevano preparato, gli assassini avrebbero raso al suolo la Sagrada Familia. Non ancora la basilica di San Pietro, come minacciato più volte, ma qualcosa di simbolicamente simile.E allora, prima che si spengano gli echi dell'ultima strage, in attesa della prossima, bisogna smettere di nascondere la gravita del momento storico ai cittadini dell'Unione che non c'è. Una società retta da leggi religiose perderà sempre il confronto con un consesso fondato su regole democratiche.Quando uomini credono di non dover temere altri che il loro dio, pensano al contrario di ingraziarselo sacrificando infedeli; quando sul terreno dello scontro ci sono queste circostanze, il terrorismo non si sconfigge. Lo si sconfigge se le motivazioni sono deliranti ma laiche (Brigate Rosse, Baader Meinhof). Se sono imbevute di credenze spirituali, il samurai sanguinario diventa duro da battere con il dialogo e il negoziato. E lo si agevola molto se la battaglia culturale nell'Europa sotto attacco si rivela una resa.Quanti errori, quante sottovalutazioni e quante sottomissioni, prima che il drago uscisse allo scoperto colpendo il cuore del vecchio continente. A quindici anni dalla fine di una guerra sucida, un pugno di liberi pensatori pensò che trattati economici comunitari potessero cementare la coscienza delle nazioni scongiurando per sempre la deriva dei nazionalismi. L'idea fu accettata dai governi e dai popoli.Sembrano inezie ma si diffuse negli stati, Italia compresa, la tradizione dei gemellaggi tra città europee. Non solo capitali, anche e soprattutto paesi, villaggi organizzavano eventi, incontri che due o tre volte l'anno rammentavano ai cittadini di Grenoble di non essere molto diversi dagli abitanti della Val Pusteria. Integrazione dal basso mentre in alto si firmavano accordi che avrebbero portato, con grande ritardo, al varo della moneta unica.Che cosa è successo dopo? È successo che i gemellaggi sono rimasti impressi sui cartelli stradali: a poco a poco hanno perso mordente. È successo che l'euro è stato giudicato un flop: l'Inghilterra si è tenuta la sterlina, la Germania rimpiange il marco. E in Italia sta per succedere qualcosa di assolutamente comprensibile elettoralmente, ma non proprio in linea con il concetto d'integrazione continentale: due regioni, con un referendum consultivo, proveranno a resuscitare il Lombardo-Veneto.Eccola l'Europa percepita. Perdente sui mercati e nelle chiese, umiliata fino a svendere la propria storia. Non dimenticheremo mai il calciatore che avendo esultato dopo il gol facendosi il segno della croce venne multato e costretto a scusarsi con le altre religioni. Non accadde a Kabul, ma a Glasgow. ©RIPRODUZIONE RISERVATA