Addio Villaggio, l'eterno italiano
di VITTORIO EMILIANI Mi capitò di vederlo una prima volta in un locale estivo, dove si faceva cabaret alternandolo a del buon jazz. Colpì tutti la sua comicità aggressiva, imprevedibile, provocatoria, a diretto contatto col pubblico. Paolo Villaggio aveva da poco abbandonato il lavoro in una grande fabbrica siderurgica, l'Italsider, che dominava il paesaggio industriale e portuale della sua Genova. Gli spunti satirici venivano dritti dall'esperienza aziendale, dalla mega-ditta, guidata da manager inavvicinabili e crudeli, seduti su poltrone "di pelle umana", mentre lui - era il primo Fracchia incapace e sottomesso a tutto - non ce la faceva a sistemarsi nella poltrona "a sacco" dell'ultimo design. Vinto anche da quella novità della società delle macchine, finendo per rotolare ai piedi di un insuperabile Gianni Agus. Non sono mai riuscito a scindere Paolo Villaggio e la sua grande struggente amarezza di fondo da Genova dove avevo lavorato tanto da giovane inviato e dove alla Borsa di Arlecchino, vicino ai grandi alberghi di via XX Settembre, crescevano autentici talenti. A cominciare dal suo più caro amico, Fabrizio De André. Figlio di un potente dell'industria saccarifera, di un padrone vero. Villaggio era nato in quel clima da un padre ingegnere, siciliano, bello, elegante, che «sembrava un indiano, uno Sioux» e una madre insegnante di tedesco (dalla quale avrà mutuato il personaggio del grottesco prestigiatore Professor Kranz). Il fratello gemello sarebbe stato per anni docente, nientemeno, alla Normale di Pisa. Soltanto da un ambiente colto poteva nascere la battuta dissacrante sui cineclub: «La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!» accompagnata «per 92 minuti» da un delirio di applausi liberatori. Tutta la comicità della commedia all'italiana era romana e addirittura romanesca (vi si era piegato persino Vittorio Gassman, genovese di nascita e tedesco di origine, che Paolo molto amava), o, in parte, milanese, stile Derby, Villaggio vi portò una sua nota speciale. Con De André - per il quale scrisse le parole del poema su Carlo Martello - aveva fatto gavetta sulle navi da crociera. E lì, nel compiacere le folle di neo-borghesi con tante "palanche", aveva sperimentato anche i servilismi del comico da piano-bar. Altri materiali per i personaggi che sarebbero venuti dopo: Fracchia prototipo dell'asservimento impiegatizio, fuso poi nel rag. Fantozzi, pare su consiglio di un regista, Luciano Salce, che con Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli e Franca Valeri aveva detto le cose più nuove, parallelamente a Parenti-Fo-Durano, nel geniale cabaret italiano anni '50, col gruppo dei Gobbi, trionfando a Parigi. Mentre fuori scoppiava il Sessantotto con le sue rivolte vere e meno vere. Villaggio, vicino ai quaranta, otteneva i primi grandi successi televisivi - come herr professor Krantz prestigiatore in cilindro e frac tanto minaccioso quanto pasticcione - con la banda Arbore degli Amici della Domenica. Luciano Salce avrebbe diretto i primi due episodi di Fantozzi, maschera impiegatizia, amara, irrimediabilmente perdente, subalterno a tutti, al gruppo dei colleghi che organizza improbabili pic-nic. Salvo diventare addirittura "eroico" quando, immesso nella grande festa sulle nevi di Cortina, si riempie spaventosamente di birra e prorompe in un rutto gigantesco che provoca una valanga sulle Dolomiti. Certo i film successivi sono meno curati, meno belli, ma il trio della famiglia Fantozzi, anche grazie ad una straordinaria Milena Vukotic, la moglie, continua a reggere e intanto Villaggio dà prova di saper scrivere, di essere anzi autore da best-seller che segna e concorre a fare il costume del tempo. Lavora con registi importanti. Si prova nel teatro di prosa, anche nella sua Genova, con la quale non può che avere rapporti conflittuali (i genovesi sono stati gli ultimi spigolosi "nordici" in una Italia molto meridionalizzata). Ma lui è Fantozzi, sempre più. Ci vuole un grande regista per fargli togliere quella maschera, ed è Federico Fellini il quale lo recluta per il suo ultimo film, visionario, profetico, "La voce della luna", in cui Paolo impersona un ex prefetto mitomane, perseguitato da finti complotti, che irrompe in un mondo ormai invaso dalla volgarità delle tv commerciali, da gente senza classe e senza scrupoli che "cattura la luna". Un mondo ormai incapace di silenzi. Vincerà il David di Donatello. La politica - per lui una vera passione - lo amareggerà, prima il Pci, poi i radicali alleatisi con Berlusconi per un pugno di seggi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA