«Abbiamo visto la morte in faccia»

TORINOTorino come Bruxelles, piazza San Carlo come lo stadio Heysel. Sembra un paragone azzardato, ma davanti al maxi schermo che trasmetteva la finale di Champions League c'è stato anche chi è tornato indietro con la memoria a quel 29 maggio di 32 anni fa. In campo sempre la Juventus, che in quel caso batté il Liverpool 1-0. Una vittoria mai festeggiata per quelle 39 persone morte tra la calca e il panico scatenato da un tentativo di invasione dei temibili hooligans nel settore dei tifosi bianconeri.«Sono sconvolto, sembrava l'Heysel» è il ricordo amaro di un tifoso della Juventus dai capelli grigi. «Io là c'ero e in piazza San Carlo ho rivissuto lo stesso incubo», il panico che scoppia non si sa ancora bene per quale motivo e il fuggi fuggi generale che travolge qualsiasi cosa. Non importa se di fronte c'è un muro di esseri umani, persone in lacrime che implorano di non essere schiacciate. L'anziano tifoso ha il volto rigato dalle lacrime. «È stato tremendo, è stato come essere sepolti vivi, non riuscivamo a respirare tanta era la gente che ci era caduta addosso». Parla con un filo di voce Angela, la sorella maggiore del bimbo cinese rimasto gravemente ferito ieri e tutt'ora ricoverato in rianimazione.Altri accusano l'organizzazione e sono tanti gli aspetti che vengono criticati. A cominciare dagli alcolici. Girava troppa birra già dal pomeriggio e, soprattutto, giravano troppe bottiglie di vetro. «Senza tutti quei cocci - dice Marco C., 36 anni, da Brescia - la maggior parte della gente non si sarebbe fatta male». «Mi sono procurato dei profondi tagli ai piedi solo perché mentre correvo nella calca ho perso le scarpe» conferma Daniele, 29 anni, da Verona. «Chi si presentava con delle bottiglie - spiega un ragazzo da Udine - doveva buttarle via. E nel frattempo entravano i venditori abusivi con i loro carretti. Ce n'erano a decine. Servivano persino la birra alla spina».«C'è stato un boato, sì, ma era il boato della gente che gridava, dei piedi che battevano, dei vetri che si spezzavano - racconta invece Marco - Niente spari, niente scoppi. Ho capito subito che non era un attentato. Ma non potevo fare altro che correre». Qualcuno, oltre al danno, ha patito anche la beffa. Emily, 33 anni, si è rotta due costole, ha riportato tagli a mani e gambe e ha perduto lo zaino: «Lo ha ritrovato mio papà - dice - ma era vuoto. Perché gli sciacalli esistono davvero».