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di Gabriele RizzardiwROMAAll'assemblea che lo incorona di nuovo segretario, Matteo Renzi sfodera un discorso d'attacco, ascoltato con attenzione anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, seduto in prima fila. Un intervento in cui ripete, con fermezza e rivolgendosi direttamente al presidente della Repubblica, che il Pd non intende «fare da capro espiatorio sulla legge elettorale». Il segretario Pd, poi, assicura «sostegno» al governo, ma aggiunge che con l'esecutivo ci sarà un «confronto settimanale». Quindi difende la linea dura sulla legittima difesa e torna a chiedere il taglio delle tasse. Insomma, un Pd che si farà sentire e che non si limiterà a sostenere in silenzio il governo. Renzi ha citato il capo dello Stato con il tono di chi voleva chiarire un paio di cose: «Diciamo anche una parola di verità sulla legge elettorale. La diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto verso il presidente della Repubblica. La legge elettorale è un capitolo fondamentale per la tenuta democratica del paese, ma il Pd non farà il capro espiatorio. Fare la proposta tocca alle opposizioni, a chi ha eletto un presidente di commissione al Senato con i franchi tiratori, bocciando il candidato del Pd», dice Renzi che promette di fare l'accordo con chiunque purché «decente». Dalla legge elettorale, il segretario del Pd passa al rapporto con il governo Gentiloni. Ci sarà il voto anticipato? «Da cinque mesi diciamo con forza che nessuno del Pd ha messo o metterà in discussione il sostegno al governo guidato da Paolo Gentiloni a cui va la nostra amicizia, stima e riconoscenza per il lavoro che fa. Lo diremo tutti i giorni fino alla fine della legislatura. Ci siamo assunti la responsabilità di portare avanti il governo mentre gli altri si sono tirati indietro», taglia corto il segretario del Pd. Quanto ai rapporti nel Pd, archiviate la sconfitta alle riforme e la scissione dei bersaniani, Renzi cerca l'unità del partito e invita a smetterla con lo sport di «sparare sul quartier generale». Un richiamo che viene accolto solo in parte dalle mozioni sconfitte. Emiliano lo saluta con un distensivo «hasta la victoria segretario». Andrea Orlando no. Anzi, il ministro della Giustizia prima lo pungola con lo spettro di una nuova alleanza, stavolta in chiave elettorale, con Berlusconi, poi usa l'ironia per smontare il fulcro dell'intervento di Renzi tutto centrato su tre parole: lavoro, casa (quindi sicurezza) e mamma (diritto alla maternità). Sono le tre parole che saranno al centro del nuovo corso della segreteria: su questi temi il Pd farà una «campagna casa per casa». Quanto ai rapporti interni, Orlando attacca la «rottamazione fallita» e invoca unità a sinistra. «Continuo a pensare che chi ha fatto la scissione abbia compiuto un drammatico errore, ma io tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani», puntualizza il Guardasigilli per il quale è il Pd che deve prendere l'iniziativa sulla legge elettorale. Poi arriva il duro j'accuse: «In larga parte del Paese noi abbiamo assunto le peggiori prassi della politica: il clientelismo, il nepotismo. L'idea che il consenso si costruisca con il potere. Il meccanismo della rottamazione non ha funzionato». Una opposizione più morbida è invece quella che promette Emiliano, che non rinuncia a pungolare Renzi: «Un nuovo fallimento avrebbe proporzioni gravissime. Io vedo la tua sofferenza. E allora questa sofferenza mostrala. Perché questa gente non ha bisogno di superuomini al comando. A vincere è la comunità». Matteo Orfini è stato eletto presidente del Pd (con 16 no e 60 astenuti), Barbara Pollastrini (Orlando) e Domenico De Santis (Emiliano), vicepresidenti. Conferma anche per Francesco Bonifazi tesoriere, con 11 astenuti. Per quanto riguarda la vicesegreteria, la scelta è caduta su Maurizio Martina. Escluso invece dalla direzione del partito l'ex rivale di Matteo Renzi alle penultime primarie, Gianni Cuperlo.©RIPRODUZIONE RISERVATA