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Raddoppiano i beneficiari del Sostegno per l'inclusione attiva (Sia), la misura "ponte" messa in campo dal governo a sostegno delle famiglie inpovertà fino alla definitiva attuazione del Reddito di inclusione, atteso nei prossimi mesi. È stato infatti pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che modifica alcuni requisiti di accesso a questo strumento. «È un'altra tappa nel percorso che conduce a grandi passi verso il Reddito di inclusione», sottolinea il ministro del lavoro Giuliano Poletti.Il grande elemento di novità è l'abbassamento della soglia di accesso relativa alla valutazione del bisogno. Ciò significa che ora potranno accedere al beneficio buona parte delle famiglie con un Isee fino a 3mila euro in cui sia presente almeno un figlio minorenne o disabile o ci sia un figlio in arrivo.di Andrea ScutellàwROMAÈ una strage che non è mai stata raccontata fino in fondo quella di Portella della Ginestra, località montana che si trova a circa tre chilometri da Palermo, nel comune di Piana degli albanesi. Sono passati 70 anni, è caduto il segreto di Stato, ma la verità non è ancora emersa del tutto. Sappiamo che il Primo maggio del 1947 la banda del separatista Salvatore Giuliano aprì il fuoco contro circa 2mila braccianti e contro le loro famiglie, uccidendo 11 persone e ferendone circa 30. Secondo il segretario siciliano del Partito comunista Girolamo Li Causi e la Cgil, però, i mandanti furono i latifondisti e i mafiosi, contro cui i braccianti manifestavano, festeggiando la vittoria del "Blocco del popolo", la coalizione tra il Partito comunista e quello socialista, che aveva conquistato più seggi della Democrazia cristiana. Cgil, Cisl e Uil settanta anni dopo festeggiano il Primo maggio 2017 proprio nella località siciliana teatro dell'eccidio. Al centro della giornata, neanche a dirlo, c'è il lavoro: oggi come allora, in una terra che vede livelli di disoccupazione da emergenza. «La parola d'ordine di questo Primo maggio è lavoro», ha detto Susanna Camusso, segretaria della Cgil. «Lavoro come necessità, lavoro che manca, lavoro di qualità, lavoro come risposta ai giovani, che altrimenti sono costretti a fare le valigie», ha ricordato la leader sindacale. «Portella della Ginestra fu una strage contro il movimento contadino, e fu la reazione di un blocco sociale che non voleva la distribuzione delle terre e la riforma agraria. Quindi non solo un tema di schieramenti politici, ma un grande tema economico di quale era la prospettiva dello sviluppo della Sicilia e delle sue possibilità. Se non si legge nella chiave degli interessi che si muovono e si coalizzano rispetto alla collusione, o utilizzazione della mafia, e della criminalità organizzata, si rischia di parlare molto, ma concretamente non cambiare nulla». Anche Carmelo Barbagallo, segretario della Uil, ha ribadito la centralità della lotta alle mafie nella guerra alle ingiustizie sociali. «Bisogna continuare a lottare per affermare i valori della legalità sempre, contro tutte le mafie e contro tutti i soprusi - ha affermato Barbagallo -. In questo senso, anche il mondo del lavoro ha rappresentato un argine alle ingiustizie sociali, ma il lavoro oggi non è giustamente e adeguatamente valorizzato. Il lavoro è l'architrave su cui è fondata la nostra Costituzione e in cui affondano le nostre radici. Dobbiamo recuperare il senso profondo di quel valore per puntare allo sviluppo di tutto il Paese. Perché questa speranza si trasformi in realtà, occorre cominciare dal nostro Mezzogiorno». Sulla mancanza di lavoro, invece, si è focalizzata Annamaria Furlan, segretaria dell Cisl. «Il lavoro è il Dna dei valori di una comunità e della persona - ha spiegato -, perché racchiude in sé anche i concetti di solidarietà, giustizia, eguaglianza e crescita di un Paese. Certo, l'emergenza di maggiore attualità oggi è proprio il lavoro: la sua mancanza, il lavoro che si perde, che si ha paura di perdere o che non si trova. Al centro del Paese occorre rimettere crescita, sviluppo e "buon lavoro"».©RIPRODUZIONE RISERVATA ROMAÈ accompagnata dalle critiche l'uscita di scena del management di Alitalia. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda torna a scagliarsi contro i vertici della compagnia, che da martedì lasceranno il posto ai commissari: l'amministratore delegato Cramer Ball, ma anche il numero uno di Etihad James Hogan, non solo hanno sbagliato il modello di business, ma il loro approccio «un po' arrogante» non ha giovato a nessuno, nemmeno all'esito del referendum.Ma se questo è ormai il passato di Alitalia, il futuro che comincia dopodomani presenta tra le molte incognite qualche certezza: chiunque sarà il compratore, è inevitabile una ristrutturazione, che probabilmente non sarà molto diversa dai tagli chiesti da Etihad.Perché «non possiamo pensare che chiunque arrivi considererà normale continuare a perdere dei soldi», spiega il ministro Calenda, che continua a sperare che «chi arrivi compri non lo spezzatino ma l'insieme dell'azienda. Ma comunque - assicura il ministro a SkyTg24 - lo farà chiedendo delle condizioni, e non saranno molto diverse da quelle del business plan di Etihad che prevedeva una riduzione dei costi per 1 miliardo (di cui due terzi non sul costo del lavoro) in tre anni». Quello che va invece evitato a tutti i costi è il fallimento dall'oggi al domani della compagnia che, torna a sottolineare il ministro Calenda, provocherebbe «uno choc per il Pil molto superiore allo scenario cui stiamo guardando».Davanti c'è l'inizio del commissariamento: martedì l'assemblea dei soci e poi il Cda formalizzeranno la richiesta al governo, che ha già pronto il decreto che istituisce l'amministrazione straordinaria e nomina i commissari (che dovrebbero essere tre; ormai sicuro Luigi Gubitosi, che verrebbe affiancato da Enrico Laghi e da un terzo tecnico). Il loro compito è quello di gestire un «processo lungo ma non troppo», di 6 mesi, spiega Calenda, «complesso, che non sarà a costo zero» e finalizzato alla ricerca di un acquirente. Tra le ipotesi, oltre a Lufthansa e Fs, che continuano a circolare seppur ufficialmente smentite, spunta anche Meridiana. Uno scenario completamente diverso da quello che si sarebbe potuto aprire con un diverso esito del referendum: c'era una possibilità che «non prevedeva denaro pubblico, e prevedeva di continuare un percorso che avrebbe stabilizzato» l'azienda, ma il no l'ha chiusa, spiega Calenda. Il ministro comunque concorda con Matteo Renzi sul fatto che non si possano «punire» i dipendenti per il loro voto. Sarebbe allucinante, come ha detto l'ex premier, ma anche «immorale», aggiunge Calenda, che ne approfitta anche per difendere la scelta convinta del governo di Snon nazionalizzare la compagnia: «Sarebbe allucinante e immorale punire i contribuenti dopo i 7,5 miliardi» di soldi pubblici versati in tutti questi anni in Alitalia.«Al referendum Alitalia non avrei votato né si né no. Avrei lottato per non sottoporre l'accordo allo strumento troppo abusato di democrazia diretta», ha detto la deputata di Forza Italia ed ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini. «Tutta questa storia - ha aggiunto - rivela grossi errori sia da parte del governo che dei sindacati, ai quali è mancato il coraggio di assumersi la responsabilità su scelte difficili ma necessarie».