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di Nicola CordawROMA«La vicenda di Gabriele si è aggravata nelle ultime ore». Il grido d'allarme sul giornalista detenuto in Turchia dal 9 aprile scorso, è del senatore Luigi Manconi, presidente della commissione sui Diritti umani che invita alla mobilitazione per la sua liberazione. Martedì la telefonata alla compagna dopo giorni di terribile silenzio, ma la vicenda si sta complicando: non sono ancora state formulate accuse, il giornalista italiano si trova in isolamento e sotto interrogatorio quotidiano. Ora è in stato di fermo a Mugla, e non ha ancora potuto parlare né con un difensore né con il console italiano. «Sono gravissime violazioni della convenzione di Vienna firmata che chiediamo alle autorità turche di rispettare» ha detto Manconi presentando l'appello firmato dagli amici, che da ieri è a disposizione di chi vorrà firmarlo sul sito www.abuondiritto.it o scrivendo a iostocongabrielelibero@gmail.it . Tra i primi firmatari amici e colleghi che hanno collaborato con Gabriele Del Grande: da Valerio Mastandrea a Andrea Segre, da Concita De Gregorio a Giovanni De Mauro a Daniele Vicari e tutti gli autori e produttori del film documentario "Io sto con la sposa", presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia nel 2014. Il giornalista è da ieri in sciopero della fame. «Mantenere alta l'attenzione ed evitare l'oscuramento» chiede il presidente della Federazione nazionale della Stampa Beppe Giulietti, ricordando che «sono 150 i giornalisti in carcere, evidentemente in Turchia c'è qualche problema di democrazia». L'appello al Parlamento e al Governo italiano chiede che le massime istituzioni si attivino con urgenza per garantire la tutela dei diritti finora negati e che si arrivi quanto prima alla sua liberazione. Una richiesta integrata dalla garanzia della tutela legale e consolare con colloqui riservati, l'assistenza medica da parte della nostra ambasciata, la possibilità di avere rapporti costanti con i familiari e con le nostre autorità diplomatiche in Turchia. Tutto ciò finora non è accaduto, le promesse fatte all'ambasciatore italiano ad Ankara dal ministro degli Esteri e dell'Interno turco sono state disattese. Il loro ambasciatore in Italia «mi riferisce di un problema di sicurezza nazionale» rivela Luigi Manconi, un aspetto che rende tutta la vicenda più oscura e delicata. Gli amici promotori dell'appello insieme a Manconi sono stati ricevuti dal presidente del Senato Pietro Grasso: «La libertà di stampa è un valore irrinunciabile e Gabriele Del Grande stava rendendo un servizio alla collettività, documentando senza pregiudizi e con grande rispetto una realtà drammatica come quella della fuga dalle aree di guerra». Viaggi, inchieste, racconti che sono un contributo alla democrazia alla conoscenza di realtà dimenticate di popoli senza voce.©RIPRODUZIONE RISERVATA Un atto ostile. Verso l'Italia e l'Occidente. La Turchia di Erdogan rinuncia anche alle buone maniere in uso nella diplomazia internazionale, quella sottile linea di piccoli compromessi necessari per risolvere situazioni di crisi. Stavolta no. Le autorità di polizia - ed è impossibile che il "sultano" di Ankara non abbia dato il suo assenso - hanno impedito al console italiano e a un avvocato di fiducia di incontrare Gabriele Del Grande, bloccato in quel paese dal 9 aprile scorso. Un atto ostile, perché a carico del nostro connazionale non pende nessuna accusa precisa, se non quella di aver ficcato il naso in quella terra oscura che è il confine tra la Turchia e la Siria. Un luogo di scambio di armi, di contrabbando di petrolio, di traffici di merce umana. Del Grande, 34 anni, toscano di Lucca, era andato nella provincia turca di Hatay per raccogliere sul campo materiale utile per il suo prossimo libro. È uno scrittore e regista con la passione di documentare la realtà di un mondo globalizzato in cui ciò che accade in Medio Oriente si ripropone sotto i nostri occhi smarriti, nelle nostre città, sull'uscio di casa. Costa fatica e coraggio questo tipo di narrazione, anche a costo di urtare la suscettibilità di apparati statali a scarso contenuto di democrazia. Una nuova generazione di autori ha infatti scelto di abbandonare le comodità domestiche e, per ispirarsi, rischia in prima persona calandosi nelle realtà più dure: la chiamano letteratura della verità. Come quella di Zerocalcare, autore di una graphic novel di successo dedicata a Kobane, città simbolo della resistenza curda di fronte al dilagare dell'orrore e del fanatismo del sedicente Stato islamico. Del Grande ha realizzato un docufilm, "Io sto con la sposa", presentato nel 2014 a Venezia: è la storia di un gruppo di profughi siriani e di volontari italiani che riescono con ironia a beffare le polizie europee. Ora è lui in mano alla polizia turca, detenuto in modo arbitrario in un centro di accoglienza. La Turchia ha imboccato la via del regime autocratico. Il fallito golpe della scorsa estate ha dato il pretesto a Erdogan per imprigionare centinaia di magistrati, ufficiali delle forze armate, docenti universitari, giornalisti. Il referendum istituzionale di domenica scorsa ha sancito l'incarnazione del potere in un sol uomo, in un mix di nazionalismo e di islamismo anti-occidentale. Un paradosso per un Paese considerato un tempo, in forza del suo vasto e ben armato esercito, un caposaldo della Nato, dell'Alleanza atlantica. Una nazione amica però non trattiene illegalmente un cittadino europeo, non impedisce il colloquio con la rappresentanza diplomatica italiana. Il sospetto è che Erdogan voglia utilizzare questa vicenda in chiave interna, per aumentare il suo prestigio, azzoppato dalla vittoria risicata di quello che doveva essere un plebiscito personale e invece ha rivelato una Turchia spaccata a metà. La prolungata detenzione di Del Grande dunque assume il valore di un messaggio al suo popolo: il "sultano" vuol dimostrare che sa farsi rispettare da tutti fuori dai confini nazionali, innanzitutto in Europa. Alla Germania, nel corso della campagna elettorale, aveva riservato l'accusa di essere ancora nazista. Una provocazione dal retrogusto tragico.Nel caso Del Grande non c'è business o realpolitik che tenga: il nostro connazionale va liberato immediatamente. La Farnesina deve mettere in campo tutte le opzioni diplomatiche per riportarlo a casa al più presto. Come ha scritto ieri "il Tirreno", il quotidiano della sua Toscana, la cui prima pagina era tutta dedicata a lui, non si può non essere contro la violazione dei diritti umani e contro la sopraffazione poliziesca. Ci si schiera invece per la libertà di pensiero e di espressione. Senza se e senza ma. È la nostra cultura, la nostra civiltà: #freeGabriele.@VicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA