«Internet e social come districarsi tra le notizie false»

PAVIAVivere senza verità, o con qualche sua briciola, qualche suo frammento, con una verità tosata o potata è difficile. Forse per questo il mondo di oggi ci appare arduo da affrontare: non sappiamo più riconoscere le bugie e, se i media ci imboccano per la maggior parte del tempo di verità parziali, non possiamo più fidarci del nostro cibo, perché è così: un pezzo di verità non è più verità. Dunque come destreggiarsi oggi tra le "fake news" (notizie false) che circolano sui social network e sulle web-magazine che mirano al sensazionalismo piuttosto che alla professionalità della notizia? Come agire quando il mondo dell'informazione è minato dalla cosiddetta "post-verità", cioè dalla comunicazione di fatti non verificati mirati esclusivamente a suscitare emozioni e a catturare l'attenzione del pubblico? Dà qualche consiglio sul da farsi il giornalista Paolo Pagliaro nel suo saggio appena pubblicato per Il Mulino "Punto, fermiamo il declino dell'informazione". Pagliaro è stato redattore capo di Repubblica, vicedirettore dell'Espresso e dal 2008 è coautore, con Lilli Gruber, della trasmissione tv Otto e mezzo, sul canale LA7. Pagliaro, su Facebook troviamo il link di un articolo che ci racconta della recentissima scoperta di una speciale razza di gatti con le ali. Come capire se è inventata?«Prima di tutto bisogna rivolgersi al buon senso e alla sana arte del dubbio, non prendendo ogni cosa scritta online come oro colato. Lo spirito critico si impara da bambini e penso non sia mai troppo tardi andarlo a ripescare pure da adulti. In secondo luogo, è fondamentale confrontare le fonti. Cioè, cercare un altro articolo che divulghi la medesima notizia. Se non lo troviamo, se non c'è traccia di un gatto con le ali da nessun'altra parte, direi che è il caso di far scattare un campanello d'allarme sulla sua veridicità». Nella classifica Ocse sull'analfabetismo funzionale gli italiani risultano però i peggiori: hanno difficoltà nel comprendere e rielaborare i testi. Come difendersi da una mancanza del genere?«É un bel problema. C'entra la scuola, ma anche i quasi trent'anni di televisione commerciale e l'ultimo decennio di internet, i quali non hanno sicuramente giovato alla nostra formazione. Lo scrittore americano Nicholas Carr s'è chiesto, non a caso, se Google abbia la capacità di fare diventare le persone più stupide. Secondo me un grosso rischio esiste, nel senso che internet non ci lascia ragionare da soli: ha i suoi algoritmi che captano i gusti e gli interessi degli utenti, inserendoli in una gabbia di concetto virtuale da cui non li fa più uscire. Perciò io voglio esortare ad appellarsi al diritto della disconnessione. Invito a concedersi ogni tanto un piccolo lusso: stare con se stessi, fuori dal mondo del web».Ma perché si è così creduloni nei confronti della rete?«A causa del processo di disintermediazione nel campo della comunicazione. La gente pretende, o s'illude, di poter fare a meno della mediazione professionale del giornalismo in rapporto a ciò che accade nella realtà. È un atteggiamento assai pericoloso, perché l'informazione richiede delle capacità specifiche di trasmissione e descrizione del mondo esterno, altrimenti si trasforma in impressioni o rappresentazioni frammentate: post-verità, false verità. E allora, nella menzogna, come si fa a comprendere e a ragionare sul mondo circostante?». Ma il mondo circostante ci interessa ancora?«Dovrebbe, anche se c'è questa tendenza della gente a ignorare addirittura le smentite. Un esempio è la fantomatica tossicità dei vaccini. Ciò accade perché si è sempre più convinti dei propri pregiudizi e sempre meno sensibili alla verità o al racconto veritiero dei fatti. Si tende a credere soltanto a ciò che si desidera credere. Tuttavia, scrivere o comunicare quello che il pubblico vuole non è la soluzione alla crisi che il mondo mediatico, editoriale in particolare, sta affrontando».Qual è allora?«Investire sulla qualità, assumendo e addestrando reporter. Adattarsi ai nuovi linguaggi, soprattutto a quelli tecnologici. E forse, chissà, i grandi imprenditori come Google e Amazon decideranno ben presto di sostenere con parte dei loro profitti l'editoria di qualità, che, quando si afferma, è un affare, un business, in quanto richiama introiti e risorse pubblicitarie. Allo stesso tempo, però, vedo che le testate stanno andando in una direzione: nella divisione tra informazione generale di massa e specializzata, di alta gamma, per un pubblico selezionato. Ritengo che sia una possibile risposta alla crisi, sebbene io la tema perché crea élite. D'altro canto, se non troviamo vie d'uscita alternative, non ci resta che rimboccarci le maniche su questa strada. Tentando di essere tutti più responsabili e critici». Gaia Curci