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di Michele Di BrancowROMASettimana decisiva per il governo sul Def. Sul tavolo la necessità di rispettare l'impegno con l'Europa e di predisporre misure per 3,4 miliardi. Tra le ipotesi che circolano, prende quota quella secondo cui Palazzo Chigi indicherà che è necessario realizzare due riforme in attesa da tempo: il catasto e la tassa di successione. La prima potrebbe essere lanciata già nel 2018. Catasto bipartisan. L'idea di rispolverare la riforma del catasto, abbandonata nel 2015 per timore che potesse comportare aumenti di tasse, rinasce per effetto di un Ddl bipartisan Pd-Forza Italia, L'obiettivo della riforma, si legge nel provvedimento che dovrebbe essere fatto proprio dall'esecutivo, è un «riaggiornamento delle rendite catastali per una maggiore equità, ma anche per un riequilibrio del prelievo, ottenuto allineando i valori catastali a quelli di mercato». Vani in pensione. La riforma che modificherà norme in vigore dal 1939 prevede due importanti innovazioni. La prima: l'unità di misura ai fini fiscali sarà la superficie espressa in metri quadrati e per questa ragione i vani catastali saranno pensionati. La seconda è che ci saranno ancora la rendita e il valore catastale (che misurano il teorico canone d'affitto e il prezzo di mercato dell'immobile). Tuttavia, mentre oggi il valore si calcola con un moltiplicatore della rendita, a riforma realizzata la base di calcolo saranno gli affitti reali e i prezzi reali adeguati con un algoritmo che adatterà i valori rilevati sul territorio alle caratteristiche specifiche di ciascun singolo immobile. Il che vuol dire che per la determinazione del valore fiscale conteranno sia la metratura che lo stato di manutenzione dell'immobile nonché i servizi pubblici (strade, trasporti, illuminazione) che ad esso sono in qualche modo collegati. Riforma zero tasse. Il governo punta a realizzare un'operazione a saldo fiscale zero. Ma è evidente che il riclassamento del parco abitativo immobiliare italiano (62 milioni di unità) con la cancellazione di parametri vecchi di 75 anni è destinata a cambiare profondamente la distribuzione del prelievo. A farne le spese, saranno in particolare le migliaia di case nei centri storici delle grandi metropoli italiane (Roma, Milano, Napoli e Torino) classate tutt'ora come fabbricati popolari e nel tempo ristrutturate e cresciute di valore. Giro di vite su successioni. Il governo potrebbe rimodulare il prelievo. Secondo uno schema messo a punto dai tecnici del Tesoro, l'importo della tassa salirebbe dal 4 al 7% per il coniuge e i parenti in linea retta (genitori e figli), con un tetto di esenzione ridotto da 1 milione a 400mila euro. Verrebbero inoltre inasprito il prelievo a carico dei discendenti meno prossimi, mentre per i patrimoni superiori a 5 milioni di euro, le aliquote sarebbero le seguenti: 21%per coniuge, genitori e figli; 24%,per fratelli e sorelle; 30%, per tutti gli altri parenti sino al 4° grado; 45%, per gli altri soggetti.©RIPRODUZIONE RISERVATAdi Maria BerlinguerwROMANon c'è pace nel Pd neanche sui numeri. Matteo Renzi ha stravinto nei circoli il primo round per la segreteria del partito, ma anche sulla percentuale dei voti si continua i litigare. Secondo i renziani infatti la mozione Martina-Renzi avrebbe preso il 69%, contro il 24,5-25 di Andrea Orlano e 6,5-7 di Michele Emiliano. I conti però non tornano né per Orlando né per Emiliano. «Siamo intorno al 30%, al 29,6, da domani però si proietta un altro film», avverte Barbara Pollastrini presidente del comitato elettorale di Orlando sottolineando il divario in termini di potere, risorse e funzioni tra il ministro della Giustizia e l'ex segretario premier. Emiliano potrebbe attestarsi all'8%, al di sopra della soglia del 5% necessaria per partecipare alle primarie aperte. «C'è stato un calo verticale dell'affluenza, circa la metà rispetto all'ultima volta», rincara Michele Emiliano. «È stato il momento della conta delle tessere in cui la gran parte degli italiani non si riconosce perché sanno bene come si fa il tesseramento che è un esercizio tra l'economico e il clientelare. È una fase ininfluente rispetto al voto del 30 aprile», aggiunge il governatore della Puglia.I dati definitivi dei 6mila circoli arriveranno solo oggi. In ogni caso è certo che il 30 aprile la sfida per la segreteria sarà a tre. Renzi ovviamente è il superfavorito. Ma la partita nelle primarie aperte si gioca tutta sull'affluenza. I renziani cantano vittoria e malgrado il calo netto della partecipazione degli iscritti vedono il bicchiere mezzo pieno. «Il Pd c'è ed è in buona salute, il suo consenso (di Renzi, ndr) dentro il partito è passato dal 45% del 2013 a circa il 68%, oltre il 20% in più di preferenze», spiega il renziano Andrea Marcucci. «La fase congressuale sta andando meglio delle attese, alla fine voteranno 200mila persone, la gente crede ancora in Renzi», dice Maria Elena Boschi negando che ci siano stati brogli. «È Renzi l'unico che può sconfiggere Grillo, Salvini e il centrodestra», aggiunge la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Ma il guardasigilli e il governatore pugliese continuano a segnalare «anomalie» in varie regioni. A Catania per esempio avrebbero votato 400 non iscritti, dice Orlando, mentre Emiliano denuncia il sospetto ritardo dei voti della Campania, dove pensa di essere andato bene. Come in tutto il Sud. Calabria esclusa: Renzi ha preso quasi l'80%.La partita ora si sposta al 30 aprile. L'ultima volta sono stati 2 milioni e 800mila i cittadini che hanno votato ai gazebo. Tra gli iscritti però la partecipazione ha superato di poco il 50%. E il rischio è per tutti quello di una vittoria zoppa. La soglia del successo è fissata a 2 milioni. «Mi auguro che il 30 aprile si possa invertire la tendenza e lancio un appello: mi auguro che quel giorno votino 2 milioni di persone. Sotto questa soglia sarebbe un colpo per tutto il Pd», spiega Orlando.©RIPRODUZIONE RISERVATAROMA«Io auspico da tempo un premio alla lista, ma sarebbe meglio non discutere di modelli ma di punti, come quelli dei collegi e del premio di governabilità. Evitiamo in tutti i casi di andare a votare con questa legge, che ci porterebbe a votare di nuovo dopo sei mesi o alle larghe intese. Ed entrambe sarebbero un disastro». Andrea Orlando boccia l'ipotesi di estendere l'Italicum anche al Senato. Il candidato alla segreteria Pd lo dice a In Mezz'ora commentando le affermazioni di Maria Elena Boschi sulla legge elettorale. Davanti alle telecamere di Sky Tg24, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio smentisce che ci sia stata una conversazione tra lei e Matteo Renzi in merito alla possibilità di far ricorso ad un decreto «tecnico» per risolvere l'impasse sulla legge elettorale e poi rimette la palla nel campo avversario. «Vero è che il Parlamento sta discutendo e mi auguro faccia passi avanti», ma dopo i tanti no ricevuti sul Mattarellum e sull'estensione dell'Italicum al Senato, la Boschi adesso incalza: «Facciano una proposta loro».La partita si riapre? L'apertura mostrata dall'ex ministro delle Riforme a un'ipotesi diversa dal Mattarellum va bene, dice Orlando, se significa che «non siamo solo inchiodati al Mattarellum, ma mi auguro» precisa il ministro della Giustizia «che l'alternativa non sia l'Italicum esteso al Senato. Sarebbe il peggiore dei modelli possibili. Non darebbe la governabilità e creerebbe il sospetto che l'unica cosa che piace sono i capilista bloccati». Secondo Orlando, il problema è assumere l'iniziativa, che può assumere solo il Pd: «Non succede perché il congresso del Pd pesa e perché penso che una parte del Pd vuole difendere i capilista bloccati» taglia corto il Guardasigilli. E pazienza se Maurizio Martina, ministro dell'Agricoltura e in ticket con Matteo Renzi per il congresso, spiega che occorre fare tutto il possibile per introdurre correttivi maggioritari per evitare l'ingovernabilità e un sistema iper-proporzionale che esalta il potere di veto dei piccoli. «Ci si deve ispirare all'Italicum o al Mattarellum, e per noi il Mattarellum è la prima scelta», dice Martina.Si troveranno i numeri in Parlamento? Difficile immaginarlo anche perché Forza Italia e il Movimento Cinque Stelle hanno già fatto sapere che non saranno della partita. E ieri, con una intervista al Mattino, Silvio Berlusconi, ha confermato il suo no: «Spetta al Pd fare una proposta accettabile sulla quale siamo pronti a confrontarci. Certo, se viene riproposto il Mattarellum, come hanno fatto nei giorni scorsi i rappresentanti del Pd, il dialogo viene meno, visto che abbiamo già diffusamente spiegato perché quel metodo sia del tutto inaccettabile». Sulla questione interviene anche il vicecapogruppo al Senato di Mdp, Federico Fornaro: «Per prima cosa bisognerebbe togliere i capilista bloccati. Non si farà perché a Renzi, Berlusconi e Grillo, piace un parlamento di nominati». (g.r.)©RIPRODUZIONE RISERVATA