Senza Titolo
ROMA Pronti a morire per Allah. A partire per raggiungere le terre in mano all'Is passando per il Kosovo, loro terra d'origine, e l'Egitto perché «entrare da là è più facile». E poi progettare un attentato al Ponte di Rialto per guadagnarsi «subito il Paradiso» perchè qui è pieno di «miscredenti». È questo il profilo che emerge da mesi di pedinamenti, analisi dei profili social e intercettazioni, del gruppo di kosovari che secondo la procura di Venezia facevano parte di una cellula jihadista. «Non vedo l'ora di giurare ad Allah. Se mi fanno fare il giuramento sono già pronto a morire» dice uno di loro mentre conversa in casa di Arjan Babaj, la guida spirituale con gli altri del gruppo. In un altro dialogo, intercettato, si parla di Venezia: «Con Venezia guadagni subito il paradiso per quanti miscredenti ci sono. Non vedo l'ora di fare una bomba». Esempi in una montagna di frasi intercettate, dette in madrelingua, ascoltate da carabinieri e polizia che da mesi non perdevano di vista i giovani kosovari dalla doppia vita: camerieri di giorno nei bar e pub di piazza San Marco, ma potenziali jihadisti che di notte imparavano dai video le tecniche di accoltellamento. Il procuratore reggete Adelchi D'Ippolito ha definito quanto emerso dalle indagini un contesto «inquietante e di grande preoccupazione».Quelle intercettate sono conversazioni ritenute molto significative in termini di radicalizzazione religiosa e pericolosità. «È un grande, avendo messo una bomba dentro lo zaino» così commenta Arjan Babaj appena il 2 marzo scorso con gli altri tre (a casa c'è anche il minorenne) dopo aver visto un video jihidista in cui si parla di una persona fatta saltare in aria dopo averle messo una bomba dentro lo zaino. Gli investigatori sono riusciti a piazzare una microspia nel suo appartamento pronti ad intervenire. Apprendono più informazioni possibili sulle ramificazioni e complicità del gruppo che si muove tra Italia, Kosovo e Siria. «Chi combatte sulla strada di Allah e viene ucciso è martire e trionfa» così scriveva appena il 21 gennaio scorso in un post su Facebook, Bekaj Fisnik. E nelle mani degli inquirerenti, con il passare delle settimana, si delineano i segni che qualcosa nel gruppo sta cambiando. Si sospetta che la cellula sia passando ad un livello superiore e quando il 22 marzo li sentono euforici davanti alle immagini dell'attentato al parlamento britannico, i controlli si stringono ancora di più. Appena due settimane prima il gruppo in una casa vicino San Marco aveva assistito ad un video sull'uso del coltello. Una sorte di lezione con la voce narrante che, indicando un tipo di lama, dice «non è quello preferito per questo tipo di operazione. Qualcosa di più semplice. Non deve essere di quelli usati quotidianamente, non deve essere troppo piccolo e deve essere affilato. Adesso bisogna vedere i punti essenziali dove colpire il corpo umano». «Nel combattere voi combattete - spiegava - il mondo nella vostra regione, quindi uccideteli e agite perché potete cambiare la storia». Si parla di suicidio: «Dobbiamo morire, noi perché non possiamo prendere questa terra. Se domani abbiamo questa possibilità perché non sfruttarla». Un altro replica: «Sì, noi comunque dobbiamo morire». Qualche giorno dopo scatta il blitz delle forze speciali. (f.cup.)©RIPRODUZIONE RISERVATAdi Fiammetta CupellarowROMAPer «guadagnarsi il Paradiso», tre kosovari che lavoravano come camerieri nei bar di piazza San Marco, erano pronti a compiere un attentato al ponte di Rialto. L'intenzione era di fare centinaia di morti. Più che a Londra. E proprio davanti alle immagini del poliziotto e i tre passanti uccisi sul ponte di Westminster Fisnik Bekaj, 24 anni; Dale Haziraj di 25 e Arjan Babaj di 27 quel 22 marzo hanno gioito. I carabiniri che li hanno intercettati per mesi, quel giorno, li hanno sentiti progettare «qualcosa di simile anche a Venezia». Una settimana dopo è scattato il blitz. Per la procura si tratta di una vera e propria cellula di matrice jihadista che si stava radicalizzando e consolidando nel pieno centro di Venezia dove i quattro (coinvolto anche un minorenne di 17 anni sottoposto a fermo di Pg) abitavano e lavoravano. Scoperta, la cellula è stata neutralizzata dalle forze speciali di polizia e carabinieri. Per tutti, l'accusa è di associazione finalizzata all'adesione all'Is per compiere azioni all'estero, in particolare in Siria, e in Italia. Il blitz è scattato ieri all'alba. Le squadre dei Gis e dei Nocs, hanno arrestato i quattro kosovari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Una decina le perquisizioni tra Venezia, Mestre e Treviso alla ricerca dei complici. Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, parla di «un importante risultato di prevenzione antiterrorismo». Nessun dubbio sulla pericolosità dei quattro. «Sono stati assicurati alla giustizia quattro terroristi veramente pericolosi, che stavano progettando una serie di attentati in Italia e all'estero», sono state le parole del procuratore Adelchi D'Ippolito ricordando che in un dialogo parlano apertamente di piazzare una bomba sul Ponte di Rialto. L'indagine. Tutto comincia quando un commerciante di Venezia denuncia un suo dipendente perché avrebbe aggredito in maniera violenta sia lui che una collega. Quel cameriere dal comportamento aggressivo è Dake Haziraj che si sarebbe vantato di detenere nella sua abitazione una pistola. Non solo. L'ex datore di lavoro racconta di scatti di ira contro i clienti. Uno dei quali perfino rincorso con un coltello per strada dopo un diverbio nato per motivi banali. Scattano gli accertamenti.Si scopre così che Haziraj divide l'appartamento tra Rialto e San Marco in calle dei Fabri con un cugino, Fisnik Bekaj. E sarà proprio Bekaj il personaggio che darà la svolta all'indagine. Perchè secondo la Digos Bekaj è nella lista dei segnalati come aderente all'Is. Vengono ricostruiti i movimenti sia di Bekaj che di Haziraj ed emerge così che i due tra il 2015 e il 2916 hanno fatto due viaggi in Siria, passando per il Kosovo. L'uso dei social. Scrivono i magistrati nell'ordinanza che dopo uno di questi viaggi Bekaj «al rientro è risultato molto più violento, radicalizzato e anti occidentale, utilizzando un profilo Facebook con contenuti jihadisti e amicizie di soggetti appartenenti espressamente al Daesh. Tanto da lasciare il lavoro nel dicembre 2015 per poi recarsi in Kosovo, via Slovenia, in corriera per poi recarsi in Siria seguito poco dopo da Haziraj». I due rientreranno a Venezia tra il gennaio e il maggio 2016, ormai completamente radicalizzati e pronti a fare proseliti nel Vedneto. A completare il nucleo c'è Arjan Babaj, il ventottenne che secondo i magistrati avrebbe svolto una funzione di guida spirituale ed istigatore a commettere «azioni di natura terroristica». I due assieme al minorenne frequentavano la sua abitazione «dando loro indicazioni come su raggiungere i luoghi di guerra siriani e dando informazioni relative all'addestramento fisico», scrive ancora il gip. «Non vedo l'ora di giurare ad Allah - dice uno dei tre a casa di Babaj - se mi fanno fare il giuramento sono giuramento sono pronto a morire». I quattro restavano incollati davanti ai video di contenuto jihadista per imparare l'uso dei coltelli per uccidere - «in maniera scientifica, quasi medica» hanno spiegato gli investigatori - o simulazione per confezionare esplosivi in casa. Poi al mattino seguente si avviavano per andare al lavoro confondendosi tra le centinaia di turisti che ogni giorno affollano San Marco. Progettando attentati.©RIPRODUZIONE RISERVATA