«Prezzi dimezzati ma non mi arrendo»
di Giovanni ScarpawGARLASCOUn'occhiata al libretto rosso che racchiude tutti i segreti di un buon raccolto, prima di salire i due gradini del trattore e azionare il computer di bordo. Carlo Zucchella, 41 anni, si accomoda all'alba sul mezzo di ultima generazione e comincia l'aratura del campo. Vive e lavora a San Biagio di Garlasco. Vive di riso. «Ci stanno mettendo in ginocchio: ma questa è la mia terra, è il mio lavoro e continuo a ritenermi fortunato di poterlo fare. E poi è una questione di orgoglio. Non sarò certo io a far morire l'azienda che mi hanno lasciato». San Biagio è un piccolo borgo, più che una frazione, rimasto identico a se stesso. Cascine, campi, la provinciale in lontananza. Il sordo brontolìo del trattore che va su e giù, come un leone in gabbia.Il libro rosso lo ha scritto suo nonno Emilio. Poi è passato a suo padre Francesco. Note scritte a mano. Anni di annotazioni, fatica, sudore. «Questo è il periodo in cui si ara il terreno - dice arrotolando il manoscritto -. Un anno è meglio rivoltare la terra verso Est, l' anno successivo verso Ovest. Si segna anche quando c'è stata più pioggia, la stagione in cui invece è stata scarsa». Piccoli segreti per rendere la terra più generosa. Gli unici che si riescono a strappare. Il libretto rosso scivola poi nella tasca del giaccone, depositario della saggezza e della fatica di mezzo secolo. L'azienda Zucchella è nata negli anni '50 quando nonno Emilio arrivò a San Biagio da Pieve del Cairo. «È ancora oggi a conduzione familiare - spiega Carlo, il cui secondo nome è Emilio, come il fondatore -. Mio padre, 71 anni, è in pensione ma mi dà ancora una mano. Poi abbiamo lavoratori stagionali».Settanta ettari di campi, la maggior parte risaie. «Coltivo Sant'Andrea e Volano che sono i tipici risi da risotto». La sua azienda medio/piccola rappresenta il modello più diffuso in Lomellina. «Le più grandi arrivano a un centinaio di ettari - racconta -. La mia produzione è di 4000 quintali all'anno, con un prezzo di 30/40 euro al quintale. Al netto del contributo Pac, cioè i finanziamenti europei che si aggirano sugli 800 euro all'ettaro. Ma che diminuiscono ogni anno. Nel 2020 è prevista un'ulteriore riduzione. E senza questi aiuti, le aziende come la mia non stanno in piedi. Tanto più che ora molti che coltivavano mais hanno riconvertito in riso». Le zanne d'acciaio dell'aratro penetrano il terreno reso duro dalla siccità. Carlo è metodico, paziente, preciso mentre il trattore disegna le sue geometrie cambiando il colore alla terra ad ogni solco, dal chiaro allo scuro. Anche lui aggiungerà qualche annotazione sul libro rosso di nonno Emilio e papà Francesco. «Per forza. Ad esempio le stagioni non sono più le stesse, neanche rispetto a qualche anno fa. Piove pochissimo. Bisogna fare i conti con questi cambiamenti climatici sempre più imprevedibili». È così che i costi dell'acqua, soprattutto per le risaie, incidono sempre di più nell'economia dell'azienda.«Noi la riceviamo dal consorzio Sesia di Novara, anche se abbiamo il nostro che si chiama San Biagio. Di solito ne utilizziamo 800 litri al minuto. Ci costa 300 euro all'ettaro. In un anno spendo circa 15mila euro di acqua per produrre il mio riso». Poi ci sono i fitofarmaci, altra voce rilevante: circa 60mila euro all'anno. «Io non utilizzo i fanghi, preferisco concimi organici. Come la cornunghia, formata dallo zoccolo e dalle corna delle mucche. Poi c'è il concime chimico, l'azoto». Mai pensato di convertire tutto al biologico? «È molto difficile - confessa -. La coltivazione tradizionale ti permette ritmi più lenti, con il "bio" devi essere svelto a seguire i tempi dettati dalla mancanza di utilizzo di fitofarmaci. Anche se poi lo vendi al doppio».Il trattore rigira di nuovo verso l'altra sponda del campo. «Adesso siamo al punto più basso - riflette Carlo fra sè e sè -. Il riso non lo hanno mai pagato così poco». Il rischio di chiudere? Lui lo ha corso nel 2014: «Sbagliai concimazione. Tutto perso». Nella testa di un agricoltore, nelle lunghe ore di solitudine, passano mille pensieri: «Le aziende più grosse possono permettersi qualche distrazione o guaio. Noi no».Trattori, erpici, livellatrici riposano come grossi animali docili sotto il porticato, aspettando ognuno il proprio turno. Il clou è in primavera ed estate, con un orario di lavoro che va semplicemente «dall'alba al tramonto» e a volte anche oltre. Un'occhiata al libretto rosso, per capire come avrebbe fatto nonno Emilio per preparare il terreno migliore. «Ma non è più il lavoro di una volta - ammette -. Tu, il tuo campo, il tuo trattore. Oggi devi avere una finestra sul mondo. La tecnologia è indispensabile». Ha anche viaggiato, Carlo. Thailandia, Vietnam, Cambogia. Per vedere da vicino i temibili concorrenti asiatici: «Fanno ancora tutto a mano, con manodopera a costo quasi zero. Impossibile essere concorrenziali». Lui vende il suo riso grezzo alle grandi marche, come Gallo, Vignola, Curti. 30 centesimi al chilo, grezzo. Dopo vari passaggi (mediatore, riseria, supermercato), il prodotto sugli scaffali arriva a costare 3/4 euro al chilo. «In un anno faccio 12 mila chilometri sui mezzi agricoli. Non nascondo che alzarsi all'alba non sia il massimo. Ma quando poi sono nei campi, sono felice. Questo legame con la terra per me ha ancora un profondo significato. Ho un progetto. E un'ambizione. Non disfare quello che mio nonno e mio padre hanno creato con fatica e abnegazione». Con il libretto rosso in tasca. E, almeno d'estate, con l'aria condizionata accesa.