«Il suo grande rigore morale un esempio per tutti noi»

VOGHERA«Il grande rigore morale di Luchino Dal Verme, la sua fede nella democrazia, nella giustizia sociale, nella libertà, principi a cui si è ispirato anche nel suo rapporto con la terra e il lavoro di agricoltore ci accompagneranno per sempre». Vittorio Emiliani, giornalista, scrittore, storico, è colpito dalla morte del comandante Maino. «Ho avuto modo di conoscerlo e sono andato più volte a trovarlo a Torre degli Alberi - racconta al telefono, dalla sua abitazione di Roma - Era un uomo che non percepiva nè ammetteva la mercificazione neppure in agricoltura. Per lui boschi e pascoli erano sacri».Fu Pietra a convincerlo a diventare partigiano.«Erano due militari e sembravano quasi fratelli, pur se fisicamente e caratterialmente molto diversi. Dal Verme combatte in Russia, Pietra in Abissinia e in Nord Africa. Si incontrano alla Fogliarina di Montebello, tra i campi di granoturco. Pietra lo convince a spezzare il retaggio monarchico della casata. Ma è un'operazione che avviene con il consenso delle famiglie nobili e benestanti dell'Oltrepo, anche se con qualche eccezione».Un'operazione che ebbe successo.«Dal Verme, come pure Pietra, non era comunista. Era di idee monarchiche, almeno fino al '43 e cattolico. Ma accetta di comandare partigiani comunisti, perchè quella componente della Resistenza era la più forte in valle Staffora. I giellisti erano meno numerosi e organizzati, in valle Versa c'era Fusco con la Matteotti».Nel dopoguerra si tiene lontano dalla politica.«Vota sempre a sinistra, ma resta a Torre degli Alberi. Oggi mi ha chiesto di lui un Osio, discendente dell'Egidio manzoniano, imparentato con la moglie. I Dal Verme significano ancora molto nella nobiltà lombarda». (r.lo.)