Il genio di Ligabue nei ricordi dell'amico

di Maria Grazia PiccalugawPAVIASu 920 dipinti, autenticati da Sergio Negri - gallerista e critico d'arte, considerato il maggior esperto di Antonio Ligabue (1899-1965) oltre che suo amico negli anni trascorsi a Gualtieri, nel Reggiano - 170 sono autoritratti: la manifestazione del bisogno ossessivo di affermare il suo valore di artista e la sua dignità di uomo.La mostra inaugurata ieri sera alle Scuderie del castello Visconteo di Pavia (aperta fino al 18 giugno) offre ai visitatori - su 50 opere esposte tra dipinti, sculture e incisioni - anche una selezione di autoritratti di quello che fu uno degli autori più geniali e originali del Novecento italiano. «Guardatemi, sembra dire, so di non avere fattezze piacevoli ma sono un artista e so anche ritrarre il mio volto» ne traduce il pensiero Sandro Parmiggiani (curatore con Sergio Negri della mostra allestita da Vidi in collaborazione con il Comune di Pavia) davanti all'Autoritratto con cavalletto", a tutta parete, che apre la sezione. Un uomo in equilibrio costante fra tragedia (quella della sua vita) e incanto (per la bellezza della natura). Se il suo volto affidato a realistici oli su tavola esprime un sentimento di «marginalità e solitudine», non altrettanto fanno le tigri, i galli, i cavalli e gli animali immortalati in un tripudio di colori. Animali osservati solo sui cataloghi e al museo di Scienze naturali di Reggio Emilia. «Rimaneva ore e ore a guardarli e poi, grazie a una memoria fotografica formidabile, tornava a casa e li dipingeva» racconta Sergio Negri. La loro amicizia fu di lunga data. «Frequentava la mia casa a Gualtieri quando ero ancora un ragazzo e in seguito la mia galleria - racconta il critico -. Era un autodidatta, scorbutico, misantropo, scosso da mille manie. Si picchiava il naso e la tempia con una pietra fino a farsi male o si infilava nel fieno per dormire e squarciava il silenzio della notte con versi lugubri, provava a rifare il suono delle campane di San Gallo, il suo paese. Gliene chiedevo conto quando veniva in galleria ma era di poche parole». Se dipingeva, raramente parlava. Centellinava ricordi dell'infanzia. Una vita segnata da abbandoni, dall'espulsione mai metabolizzata dalla Svizzera, da tre ricoveri in manicomio e da notti nel dormitorio di mendicità del paese adottivo che non ha mai sentito come suo. «Ma sarebbe un errore madornale giudicare l'artista solo dalla sua vita» avverte Parmiggiani. Sono le sue opere a parlare anche se i filmati e i documentari che la mostra pavese propone forniscono un contributo interessante alla comprensione di questo artista erroneamente e troppo a lungo bollato solo come "naif". «Il suo cuore era in Svizzera, luogo che fa da sfondo a molti dipinti ma la vita lo inchiodava lungo il corso del Po - aggiunge Negri - . Nel corso della sua feconda produzione ha utilizzato tutte le tecniche. Incideva con un chiodo da carpentiere lastre di zinco che andava a prendere dai lattonieri del paese». Accompagna l'esposizione un catalogo Skira. Per tutta la durata dell'esposizione sono in programma attività didattiche e visite gratuite per bambini e adulti . «Una mostra family-friendly - spiegano il sindaco Massimo Depaoli e l'assessore alla cultura Giacomo Galazzo -. Vorremo comunque che tutte che le mostre in Castello fossero la base da cui partire alla scoperta della città». Orari: martedì-venerdì 10-13 e 14-18, sabato e domenica 10-20, lunedì chiuso.