Il calcio tra liti e polemiche Non più campo: è un ring

di STEFANO TAMBURINICerte partite non finiscono mai, anche quando in campo non c'è più nessuno. Anzi, ormai il teatro della sfida è poco più che un pretesto per uno scontro che va oltre, che cavalca il sospetto per travolgere ogni rispetto.Di fatto siamo alla corrida perenne, fra schiaffi e urla anche per una partita di calcio di ragazzini, con i padri che si insultano e si picchiano e i figli che si accalcano alla rete per pregarli di smettere, che loro sono lì per divertirsi. Divertirsi? Parola grossa: ormai il pallone non è più sport, è un fenomeno che sposta miliardi. E tutti sono pedine di una quasi finzione colossale che di peggio c'è solo il wrestling, dove le botte sono finte anche quando sembrano vere. Il calcio ci va vicino, specie nelle disfide scontate di tornei squilibrati e, ancor peggio, negli scandali legati a giri di scommesse e partite truccate.Non se ne esce e non se ne uscirà. Una volta c'erano solo i bar sport e i salotti del moviolone (talvolta truccato) di Aldo Biscardi. Adesso si vede e si sente di tutto e le manipolazioni sono pane quotidiano. E ci sono le riprese in diretta con la regia stile soap opera, centralizzata da una sorta di Spectre messa in piedi da chi gestisce i soldoni dei diritti. E quindi se ci sono cori razzisti che si oscuri l'audio, se ci sono striscioni infamanti che si nascondano. Al loro posto spalti pieni anche quando sono vuoti e solo belle facce sorridenti di spettatori. E così, in questo contesto, anche le telecronache - nell'ultimo caso quella della Rai su Juve-Napoli - finiscono al centro della corrida. Un po' anche perché chi la racconta in diretta non è più un cronista ma un "venditore" di un evento. Deve per forza dipingerlo al meglio perché la sua azienda lo ha pagato a peso d'oro. E al centro della corrida ci finiscono anche i dirigenti di società che sparano a zero sui narratori della tv pubblica, sull'arbitraggio e, di riflesso, sulla squadra rivale. Il motto «la Rai ruba il canone, la Juve i rigori: intesa naturale» è inaccettabile in sé e non merita neanche di essere analizzato nel contenuto. Perché il problema vero è un altro: in un ping pong di «ladroni» e «non sapete perdere» il teatrino va avanti e galleggia sopra la vera questione. Che è di cultura sportiva ma affonda anche su anni di "non gestione" di un problema che in altri sport non si pone. Prendete la supersfida nel tennis, tra Roger Federer e Rafa Nadal dello scorso 29 gennaio. Ha vinto lo svizzero ma il match è stato ripetutamente in bilico, passando anche per decisioni arbitrali affidate ai replay. E serenamente accettate dai contendenti che alla fine si ringraziano a vicenda perché Roger per essere Federer deve avere anche un Rafa che lo stimola. E quel suo «oggi avrei anche accettato di perdere da te» durante la premiazione non solo è sincero ma è la vera essenza dello sport.Nel calcio si coltiva il contrario, con il "Sistema" in prima linea e la classe arbitrale a rimorchio che ostacolano e rallentano tutto ciò che la tecnologia può offrire loro per diminuire gli errori. Certo, anche con mille moviole si continuerebbe a sbagliare, ma si avrebbe la consapevolezza che è stato fatto di tutto per evitarlo. Oggi no, ognuno di noi a casa o sugli spalti ha strumenti migliori per giudicare rispetto a un arbitro. Ma al "Sistema" va bene così, perché se il calcio continua a essere una giungla lo si controlla meglio e si fa in modo che le polemiche occupino la scena per tenere in secondo piano quel che conta sul serio. È vero, il calcio come oppio dei popoli funziona da quando esiste ma, per reggere in questa funzione, deve sempre evolversi verso il peggio. Prima o poi, vedrete, sarà proprio come il wrestling: una cosa finta. Ma ai più non fregherà niente: l'importante sarà accapigliarsi. Purtroppo sul serio.