Divisi per riuscire a perdere, identikit dei dirigenti Pd

Un om s-cèt, no biridö:l'è nàsü a Burgh-Pariöe, quand l'è gnüd a Pavia,dirigent l'er a la Snia.Frà i tanti so amis,tuti ormài cui cavì gris,gh'era quèi ad piàsa Granda:"cocla" picula, no granda,che la s'tröva tüt'i dìda vund's ur fin a mesdìpr'un café o aperìtiv,parchè 'l mond a l'è giulivquand a s'viv in amicisia,altriment l'è 'na gramisia...La tristèsa l'è stàt tantaa savè cl'ha "sarà l'anta",lü che l'er al nos "decàno",par al viàg püsè... lontano.L'amis Dome un dì l'ha dit:"Se Elia al ga füs no,duvarisam inventàl!"E incö, da derelit,crèdagh si o crèdagh no,a sum tüti restà màl...Ma, guardand oltre 'l sufit,anca se la vèdam nosum sicür là da truvàl...Keyrdi FRANCESCO JORIMarciare divisi per perdere uniti. Dalle origini, la sinistra italiana si ispira al capovolgimento della strategia vietnamita del generale Giap: con il risultato che, lungi dall'essere vincente, si condanna ad essere il Girardengo della politica, come dire l'eterno secondo. Il tormentone scissione sì-scissione no del Pd di questi giorni ne ripropone una versione riveduta ma non corretta, avviandosi così con l'ennesima spaccatura a celebrare (si fa per dire) il centenario del congresso di Livorno del 1921, prima lacerazione di un lungo e ininterrotto sequel.Non è comunque un'esclusiva del partito nato dall'incontro tra ex comunisti ed ex democristiani, e dedito a un vero e proprio accanimento terapeutico contro ogni suo segretario. Contemporaneamente all'assemblea Dem, Vendola si è esibito nel suo collaudato Lego della sinistra, mettendone in pista l'ennesima versione; contestualmente, 18 suoi parlamentari se ne sono andati per accasarsi con il nascituro partito di Pisapia. Il tutto mentre nell'affollata anagrafe della politica italiana sopravvivono almeno quattro-cinque formazioni che si fregiano dell'aggettivo "comunista" nella ragione sociale. Ciascuno rivendicando di essere l'unico originale. Questo vero e proprio "cupio dissolvi" si traduce in una sorta di legge di Murphy della politica: se qualcosa può andare a destra, lo farà. Attenzione: non una moderna forza conservatrice di stampo europeo, ma la rissosa e anomala destra italiana, la cui leadership è contesa tra un ottuagenario in doppiopetto e un ultrà in felpa; la somma dei cui schieramenti oggi sta al di sotto dei consensi di un pur sgangherato Pd. Dal livello nazionale, questo traballante scenario si trasferirà inevitabilmente in periferia.Perseverare è diabolico, suggeriva Sant'Agostino; ancor prima di lui, Cicerone spiegava che è scelta tipica di "nullius nisi insapientis", in altre parole dell'ignorante. Eppure la sinistra sceglie di perseverare, preferendo distruggere se stessa anziché sconfiggere l'avversario. Così va in scena una scadente tragedia degli equivoci, il cui copione è scritto a colpi di reciproche accuse che ignorano la verità dei fatti. Una, soprattutto: la scissione nel Pd è già avvenuta, sostiene Bersani riferendosi agli elettori. Dimenticando (o fingendo di ignorare) che non è cronaca dei tempi di Renzi, ma dei suoi: alle politiche del 2013, quando Matteo era ancora e solo il sindaco di Firenze, il Pd di Bersani perse tre milioni e mezzo di voti rispetto alle precedenti consultazioni tenutesi nel 2008. E tuttora, i sondaggi continuano ad accreditare il Pd di una consenso (30 per cento) superiore di cinque punti rispetto a quello del 2008, nonostante la devastante guerra interna scatenatasi attorno al referendum sulle riforme costituzionali del dicembre scorso.Se oggi quote crescenti di elettorato di sinistra non votano più Pd, è soprattutto per l'insipienza collettiva di dirigenti cui non interessa vincere, ma solo continuare a partecipare in prima persona. Riducendo perfino il barone De Coubertin a una sconcia caricatura.©RIPRODUZIONE RISERVATA