GRILLO, SALVINI E BRUNETTA ADESSO POSSONO BRINDARE

Il Pd si spacca, con Matteo Renzi e i suoi alleati di qua, la sinistra interna di là. Manca solo l'ufficializzazione della scissione. A nulla è servito discutere soprattutto di princìpi, con l'accento sulla seconda "i", nell'assemblea del PD all'Hotel Parco dei Principi, dove le sale si chiamano Ruspoli, Torlonia, Colonna e via romanamente nobilando. Non hanno sortito effetti gli appelli all'unità che gli esponenti della maggioranza del partito hanno ripetuto usando ogni strumento retorico. Non è bastata la mediazione tentata dal ministro Andrea Orlando che ha proposto un dibattito ampio e condiviso attraverso la versione light della "conferenza programmatica" che la sinistra voleva a tutti i costi prima del congresso. L'idea è sembrata acquietare Michele Emiliano, che sabato aveva infiammato il Teatro Vittoria appropriandosi della leadership degli scissionisti scippata a Enrico Rossi e Roberto Speranza. Con evidente sforzo, il sanguigno governatore pugliese ha moderato i toni e s'è detto disponibile a fermare la corsa verso il baratro delle due componenti del Pd, che Gianni Cuperlo aveva precedentemente paragonato alla scena più nota di "Gioventù bruciata". La frenata sarebbe arrivata - ha chiarito Emiliano - soltanto nel caso si fosse palesato un segno da parte di Renzi. Un segno non meglio specificato che comunque l'ex sindaco di Firenze ha giudicato un inaccettabile ricatto.Il comunicato di Emiliano, Rossi e Speranza che in serata ha di fatto annunciato la rottura, attribuendola a Renzi, stride con i princìpi e le emozioni che hanno affollato una giornata lunghissima. In un saggio di democrazia partecipata e senza infingimenti, la gran parte dei contributi è stata informata a un tono elevato, irrintracciabile nella narrazione della politica dei talk show sbrigativi e isterici. Nell'intervento introduttivo il segretario dimissionario ha lanciato «rispetto» come parola-chiave, per significare che all'interno del partito si può discutere e litigare con asprezza, ma si deve sempre trovare una sintesi tra pari. L'ex segretario Guglielmo Epifani - critico con la gestione renziana del governo e del partito - ha aggiunto la parola «orgoglio» perché la consapevolezza della propria storia consente di affrontare il presente e i suoi problemi fino al punto, per rivendicarlo, di andar via sbattendo la porta. Il fondatore del Pd, Walter Veltroni, ha puntato su «sofferenza» come unico sostantivo che sa descrivere quanto sta accadendo in un partito che viene da quattro anni di enormi successi e di cocenti sconfitte e da tre mesi di profonde divisioni post-referendarie. Applausi e occhi lucidi.Dietro le citazioni dotte e le folate passionali, i ragionamenti hanno ruotato intorno a quattro interrogativi che per chiarezza bisogna sintetizzare brutalmente: sono perdenti le ragioni che tengono insieme le diverse anime del Partito Democratico rispetto a quelle che portano alla sua frantumazione, chiudendo così quasi un quarto di secolo di speranze? Esiste una motivazione politicamente comprensibile dell'eventuale scissione? La maggioranza può andare al congresso a ritmi forzati? La minoranza può imporre un percorso rallentato per cuocere a fuoco lento il segretario dimissionario? Dall'assemblea, all'unisono, quattro no. Ma la sensazione è che, nonostante l'intervento apparentemente conciliante di Emiliano, il dado fosse già stato tratto. Domani la direzione definirà il percorso verso il congresso, da chiudere prima delle amministrative di giugno. Se Emiliano e compagni confermeranno l'addio, Renzi potrebbe non avere avversari per la segreteria. L'epilogo di ieri è tuttavia una sconfitta anche per lui. Perché fallisce il tentativo, durato quasi dieci anni, di creare di una solida forza di centrosinistra dove far convivere diverse voci e posizioni. Perché a sinistra si riforma una costellazione di forze che difficilmente, a breve, potranno dialogare con il Pd. Perché ieri sera hanno brindato Grillo, Di Maio, Salvini, perfino Brunetta. @claudiogiua©RIPRODUZIONE RISERVATA