MALATTIA DA CURARE IN FRETTA
di ROBERTA CARLINI La campagna elettorale francese è appena iniziata, e subito è salita la febbre da spread. Ma i giorni di mercati aperti sono tantissimi prima che aprano le urne delle presidenziali francesi, il 23 aprile. Per quella data, si saprà anche la sorte della legislatura italiana, ossia se andremo anche noi a elezioni entro l'anno. Mentre sono certe quelle tedesche, con Angela Merkel per la prima volta in difficoltà che assiste alla rimonta del suo rivale socialdemocratico. Tutto fa prevedere che saranno oltre le giornate nelle quali le vicende dello spread - ossia, le scommesse dei mercati sulla maggiore o minore affidabilità di un Paese nel ripagare il suo debito pubblico - ci ricorderanno "in modo sgarbato", per dirla con il ministro Padoan, i nostri guai. Il primo guaio è quello su cui si è soffermato ieri Padoan: il debito pubblico che non si muove dalle sue vette altissime. Per l'Italia, la quota è il 133% del Pil. Colpa dei governi passati, che non hanno fatto niente per intaccarlo, ricordano i rigoristi che guardano al numeratore del rapporto, il debito. Ma colpa anche del denominatore del rapporto, il prodotto interno che non cresce, notano i critici della austerità imposta dalle regole europee, che falliscono nel tentativo di raggiungere contemporaneamente gli obiettivi fissati a Maastricht esattamente 25 anni fa: se si fa la lotta al deficit in tempi di recessione, questa si aggrava e necessariamente sale il rapporto tra debito e Pil. Era necessaria flessibilità e intelligenza nell'interpretare queste regole, soprattutto sotto i colpi della crisi: ma una flessibilità solidarmente gestita, non elargita a discrezione, a governi che non l'hanno saputa usare per spingere davvero la crescita, come quello italiano, e hanno privilegiato misure mirate a portare più voti che investimenti produttivi. L'altroieri il Financial Times notava che l'economia dell'eurozona sta andando meglio del previsto e ha una performance migliore di quella degli Stati Uniti: ma "con l'importante eccezione dell'Italia", che arranca sotto l'1% di crescita. Il secondo guaio è meno evidente, anche perché i diretti interessati non lo vogliono vedere, e riguarda l'arrembante partito dei no-euro, ormai collocato prevalentemente nell'area della destra nazionalista. L'andamento degli spread di queste ore mostra il primo effetto della crisi della moneta unica: l'aumento del costo con cui si ripaga il debito. Lo slogan delle frontiere chiuse potrà piacere a molti, ma se già è difficile dire come costruire un muro lungo il Mediterraneo, ancora più complicata è la progettazione di un sistema di Stati nazione perfettamente autosufficienti, anche nel finanziamento del proprio debito. In altre parole: i ministri delle finanze di ipotetici governi Le Pen o Salvini-Grillo dovrebbero spiegare come ripagheranno i debiti pubblici, che immediatamente salirebbero prima ancora della fine dell'euro, per la sola previsione di tale eventualità (oltre che spiegare dove esportare le merci nazionali, visto che non tarderebbero misure di ritorsione dai partner commerciali). Forse sarebbe bene, nella lunga campagna elettorale europea che si prepara, uscire dagli slogan e dagli anatemi e spiegare concretamente come gestire una Frexit o una Italexit: in Grecia ci aveva provato Varoufakis, ma non ha convinto il suo stesso partito, benché abbastanza radicale. Ma c'è un terzo guaio che lo sgarbato spread impersona, ed è nell'uso che se ne fa in chiave politica. Nel caso italiano, oggi può tornare utile, come fu nel 2011, al partito che vuole rinviare le elezioni, che potrebbe avere la tentazione di usare per l'ennesima volta lo spettro della crisi finanziaria per evitare le urne. Anche in questo caso, si finirebbe per evocare i mostri senza mai scendere sul terreno per affrontarli. Lo spread non è un mostro né un morbo misterioso, ma solo un termometro delle malattie che hanno i singoli Paesi e che ha l'Europa intera - compresa la Germania, con il suo surplus commerciale che è fonte di instabilità per tutto il sistema. Invece di fuggire o di rompere il termometro, sarebbe meglio cominciare in fretta a curarle. ©RIPRODUZIONE RISERVATA