«Il mio amico Marco non dubita di me»

GARLASCO «Non ho paura che mi arrestino: da come si sta mettendo la situazione, non credo che succeda». Andrea Sempio finora è stato iscritto nel registro degli indagati, ma non ha ricevuto avvisi di garanzia. I dubbi investigativi della difesa di Stasi riguardano però la presunta compatibilità tra il Dna di Sempio e quello trovato sulle unghie della vittima. «Conoscevo Chiara solo perchè era sorella di Marco. Frequentavo la loro casa, ma con lei avevo un rapporto di pura cortesia, la salutavo e basta». E lo scontrino che confermerebbe l'alibi di Sempio conservato per tutto questo tempo? «Niente di strano - ha spiegato Sempio – l'abbiamo trovato nella mia auto, ma dopo che ero già stato sentito dai carabinieri. Allora mia madre mi ha consigliato di tenerlo dicendo "Non si sa mai, visto che è successa una cosa tanto grave"». Secondo alcuni accertamenti, Sempio avrebbe il numero 44 di scarpe, mentre sul luogo del delitto c'erano impronte numero 42, che sarebbero compatibili con il numero di Stasi. «Cosa penso di Stasi? – ha concluso Sempio – Finché non lo conosco di persona, su di lui non ho un'opinione».(l.g.)GARLASCO «Il mio amico Marco Poggi non ha mai dubitato di me. Ci vediamo ancora regolarmente ed usciamo insieme. Marco mi è stato vicino e anche la sua famiglia». Andrea Sempio lo ha detto l'altra sera alla trasmissione "Quarto grado", in onda su Retequattro. E' la prima intervista televisiva del 28enne garlaschese, nuovo indagato (come atto dovuto) dalla procura di Pavia per l'omicidio di Chiara Poggi, la sorella dell'amico Marco, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Prima di allora Sempio aveva parlato solo con la "Provincia pavese". «Creano un mostro». Intervistato in tv da Gianluigi Nuzzi, Andrea ha raccontato la sua vita finita, suo malgrado, sotto i riflettori dopo essere finita sotto gli occhi dell'agenzia investigativa incaricata dalla difesa di Alberto Stasi, il commercialista 33enne, fidanzato di Chiara Poggi, condannato in via definitiva a 16 anni per l'omicidio. «Mi chiedono se non temo che scoprano segreti – ha risposto Andrea –. No, non lo temo, ma ho capito che quando vogliono creare un mostro, se non trovano niente di particolare, se lo inventano». Gli investigatori lo hanno pedinato per giorni e hanno prelevato un cucchiaino e una bottiglietta usati da Sempio per procedere ad un confronto del Dna. Secondo un genetista interpellato dai difensori di Stasi, il Dna del 28enne garlaschese sarebbe compatibile con materiale genetico trovato sulle unghie di Chiara Poggi. Da qui l'apertura di un nuovo fronte di indagini, che finora non ha avuto sviluppi, in attesa delle decisioni della procura di Pavia e della Corte d'appello di Brescia, competente a pronunciarsi su un'eventuale richiesta di revisione del processo che ha condannato Stasi. Andrea Sempio ha confermato di non aver ricevuto nessun avviso di garanzia. In studio con lui c'erano gli avvocati vigevanesi Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi. I tre legali, hanno precisato, seguono il caso come consulenti di Andrea, non come difensori. «Sempio – ha affermato Soldani – avrà bisogno di noi come difensori solo se sarà raggiunto da un avviso di garanzia e come parte lesa, se verranno ravvisate offese alla sua onorabilità». Insulti e minacce. Offese che non sono mancate. «Ho ricevuto messaggi di insulti e minacce – ha confidato Sempio – da persone che non conoscono i fatti e pensano di fare giustizia insultando. Nella testa di molte persone ormai sono molto più di un sospettato e riuscire a correggere questa cosa sarà parecchio difficile». L'avvocato Massimo Lovati, in particolare, ha puntato il dito contro l'indagine difensiva, definita «sommaria, suggestiva, approssimativa e tale da rasentare il falso ideologico, perchè non c'è nessun indizio contro Sempio». Il giovane però ha dichiarato di non pensare ancora a chiedere eventuali risarcimenti: «Prima vediamo di uscire da questa situazione, poi si penserà ai risarcimenti e a tutto il resto». Andrea e il padre Giuseppe, accanto a lui in studio, sono stati testimoni della vita di una famiglia travolta da un caso giudiziario diventato anche mediatico. «Non sapevamo nulla – ha detto Andrea – l'ho saputo la mattina del 22 o 23 dicembre: ero a casa e ad un certo punto abbiamo iniziato a vedere tante persone davanti al cancello con telecamere e macchine fotografiche. Dopo poco, il mio cellulare ha iniziato a squillare e i miei amici mi chiedevano: "Andrea, cosa sta succedendo"?. Io non sapevo niente. Poi la mia faccia è comparsa in tv insieme al mio nome e da lì l'incubo». «I primi giorni è stato un inferno - ha affermato il padre – Restavamo chiusi in casa, uscivo solo io a fare la spesa di notte al supermercato, che è aperto 24 ore su 24. Mia moglie è quella che sta soffrendo di più. Io credo nella giustizia, ma quello che stiamo passando lascerà il segno». (l.g.)