Senza Titolo
di PIER ALDO ROVATTI Joséphine (la protagonista dell'omonima serie televisiva su La7) è una donna di statura molto piccola, non proprio bella se si eccettua il modo accattivante di sorridere, ma è nientemeno che un angelo inviato da lassù per affrontare nodi emotivi e comportamenti bloccati che gli umani, per dir così, non riescono a snodare a causa di chiusure individuali e condizionamenti sociali: famiglie che si dissolvono, donne ma anche uomini che vanno alla deriva perché non riescono più a capirsi, ma soprattutto bimbi e adolescenti che diventano capri espiatori di conflitti dolorosi. Joséphine svolge il suo mandato angelico collocandosi accanto alla loro vita normale, non in un ruolo di psicologa o di terapeuta ma di amica. Poi, quando ha raggiunto il proprio scopo, scompare con la stessa leggerezza con cui è comparsa, magari un po' dispiaciuta perché si è affezionata ai suoi beneficiati. Il personaggio è comunque umanissimo, anche se con uno schiocco di dita esercita una specie di superpotere, che gli serve per risolvere qualche impiccio materiale o per spostarsi in fretta da una scena all'altra. Ma è un personaggio che non rientra nella vague delle narrazioni magiche: la sua è, per dir così, una modesta magia di servizio. La serie piace ai bambini e agli adulti: il fatto che Joséphine sia un angelo custode minimalista rende la situazione qualcosa che potrebbe accadere anche al di fuori di questa eccezionalità, ed ecco il punto che vorrei evidenziare: la finzione mi sembra un esempio interessante di ciò che potrebbe davvero realizzarsi nell'intrico delle nostre vite. Poiché ogni favola autentica produce alla fine una sua morale, qui si dice con chiarezza che ciascuno di noi potrebbe diventare l'angelo di se stesso se solo fosse capace di modificare il proprio sguardo in modo tale da costruire una distanza dalle cose che sta vivendo. Sembra modesto questo passo ed è invece di grandi dimensioni perché chiede una completa rivoluzione di abitudini e comportamento soggettivo. Non appena la situazione si blocca, di solito interviene la rassegnazione e ci sentiamo esposti, incapaci di muoverci. Quasi subito chiamiamo in causa la colpa per erigere barriere. Così colpevolizziamo gli altri o colpevolizziamo noi stessi: alla fine e quasi sempre, colpevolizziamo al medesimo tempo gli altri e noi stessi, raggelandoci nel rancore. A questo punto, alcuni decidono di affidarsi agli esperti dell'anima che ormai proliferano: ne ricavano di solito vantaggi modesti, qualche volta anche significativi, comunque al prezzo di una rinuncia che spesso assume il sapore della disfatta. È la rinuncia a cercare nella propria esperienza appunto quell'"angelo" che potrebbe riportarci a galla senza affidarsi ad alcuna tecnologia esterna. Quest'angelo si chiama appunto amicizia, diventare amici di se stessi attraverso l'amicizia con gli altri: un compito che dovrebbe essere alla portata di chiunque, che oggi però si rivela quasi impraticabile. Ciò è drammatico per alcune ovvie implicazioni. Significa infatti che ciascuno di noi non può ritrovare l'amicizia in se stesso perché si vive murato in una situazione di totale solitudine. Non può fare affidamento su qualcuno o su qualcosa. Nessun "angelo" in circolazione! E nessuna capacità di riconoscerlo, se pure ci fosse. Quest'ultima implicazione è a sua volta un segnale inquietante poiché vuol dire che stiamo perdendo la capacità di sorridere. Sorriso, cioè propriamente una qualche distanza dalle cose. Quell'intercapedine, quello spazio di gioco che ci permetterebbe di riconoscere ciò che ho chiamato "angelo" in un mondo dove è impensabile e dunque assurdo che gli angeli sopravvivano in qualsiasi loro forma, e dove non esisteranno mai più se disimpareremo a sorridere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA