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di Andrea Visconti wNEW YORK Dodici rifugiati provenienti da paesi "a rischio" bloccati per molte ore all'aeroporto Kennedy di New York. Sono rimasti vittime dell'ordine esecutivo di Trump che sta avendo gravissime ripercussioni soprattutto in Medio Oriente. Un ordine impartito venerdì dalla Casa Bianca senza preventivo coordinamento col Dipartimento di Stato, le autorità di frontiera, le ambasciate Usa nel mondo e le linee aeree internazionali. Una decisione affrettata che mette in dubbio l'abilità della nuova amministrazione americana di riflettere sulle implicazioni politiche di ogni misura introdotta. Ma Trump non fa marcia indietro. Ore dopo avere fatto esplodere un caso internazionale in uno dei più importanti aereoporti Usa, ha fatto sapere che con effetto immediato sarà proibito il rientro negli Stati Uniti a cittadini provenienti da un alcuni paesi musulmani nonostante siano in possesso di regolare "carta verde", cioè il permesso di soggiorno permanente. Con immediata replica dell'Iran dove le autorità di Teheran hanno annunciato l'intenzione di proibire ai cittadini Usa l'ingresso nel paese. Facciamo un passo indietro a venerdì quando Trump aveva lanciato un'offensiva contro sette paesi: Iraq, Iran, Siria, Yemen, Libia, Somalia e Sudan. Tutti i cittadini provenienti da questi paesi per trenta giorni non potranno venire negli Stati Uniti anche se già in possesso di visto d'ingresso. Dovranno essere sottoposti a quattro settimane di "extreme vetting", cioè ulteriori severissimi controlli. Il motivo? Perché provengono da paesi «propensi al terrorismo». «Al fine di proteggere i cittadini americani dobbiamo assicurarci che coloro che sono ammessi nel nostro paese non portino con sé attitudini ostili nei nostri confronti e ai principi sui quali siamo fondati», recita l'ordine. «Non possiamo e non dobbiamo ammettere nel nostro paese coloro che non appoggiano la Costituzione Usa o che metterebbero editti religiosi violenti al di sopra della legge americana». Parole forti a margine il team di Trump ha proposto di prorogare a quattro mesi il divieto di accesso negli Stati Uniti. Al termine di questo periodo sarebbe stata data la priorità, su base religiosa, ai richiedenti asilo. Immediata la reazione negativa di politici e gruppi a difesa dei diritti civili e umani che hanno messo in risalto l'incongruenza di avere escluso due paesi-chiave - Afghanistan e Arabia Saudita. Quest'ultimo è il paese di origine di sedici dei terroristi responsabili per la strage dell'11 settembre. Nessuno tuttavia si aspettava che l'impatto di questo ordine esecutivo si facesse sentire nel giro di poche ore. Undici persone erano già in viaggio verso l'aeroporto Kennedy provenienti dai paesi presi di mira da Trump. Persone che avevano impiegato circa due anni per ottenere il visto d'ingresso dopo essere stati esaminati in ogni aspetto della loro vita personale, politica e religiosa. Fra i rifugiati in arrivo c'era uno scienziato iraniano diretto a un laboratorio scientifico a Boston e una famiglia siriana che intende rifarsi una vita in Ohio. Bloccato al JFK anche Hameed Khalid Darweesh, un rifigiato iracheno che viaggiava con parte della famiglia e che era stato autorizzato a ricongiungersi con la moglie a Houston. Quest'ultima è rifugiata politica dal 2012 e lavora per una società Usa che fa subappalti per il governo americano. Appena sceso dall'aereo Darweesh è stato preso in consegna dalle autorità di frontiera e c'è voluto l'intervento del deputato Jerry Nadler di New York per ottenerne il rilascio. Un iracheno irreprensibile tanto da avere lavorato per anni come interprete assistendo le truppe Usa in Iraq che non parlano arabo. «L'America è la terra della libertà. L'America è una grande nazione», ha detto ieri una volta ottenuto il permesso di ingresso e aggiungendo parole di apprezzamento per Trump. Al Kennedy nel frattempo è andata in scena una manifestazione di protesta contro le politiche d'immigrazione del presidente. E vari gruppi per la difesa dei diritti umani stanno affilando le armi per una battaglia legale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA