edimes, il personaggio
PAVIA Marshall Henderson è il gioiello di casa Edimes Pavia. Guardia tiratrice 26enne di Fort Worth (Texas), dal suo esordio (il 12 novembre a Basiglio, 19 punti) ha dato alla squadra di Piazza lo slancio per arrivare dopo 15 giornate a essere ancora imbattuta. Oggi si sente un po' pavese e in Italia ha trovato un terra dove mettere radici. Come ti trovi in squadra? «Bene. All'inizio non sapevo cosa aspettarmi dalla serie C. Poi ho conosciuto la squadra e ho detto, "wow", è forte. Dopo 15 vittorie e zero sconfitte possiamo arrivare a fine stagione senza mai perdere. Mi diverto con i ragazzi, è bello vincere insieme. Abbiamo grandi chance di vincere il campionato». Qual è il prossimo step per l'Edimes? «Vincere la prossima domenica (ride, ndr). Il livello della competizione varia molto tra le prime tre squadre e le altre. Spesso è difficile restare concentrati in partite che vinci di 40. La cosa importante è continuare ad allenarsi e arrivare in salute ai play off». E' stato difficile inserirti? «Quando sono arrivato erano già 10 giocatori (8 senior) e da lì in poi uno a turno sarebbe dovuto stare fuori. Mi sono sentito un "bad guy" per questo, pensavo potesse essere un problema: era arrivato un concorrente in più con cui giocarsi il posto e spartirsi i tiri. Ma le cose sono andate benissimo: abbiamo vinto tutte le partite e imparato a conoscerci. Sono stati super con me, compreso il coach e la società. E poi Pavia è un bel posto dove fare basket. Vedere il palazzo pieno contro la Winterass è stato emozionante». La tua vita a Pavia fuori dal campo? «Abito vicino al palazzetto. E' comodo venire ad allenarmi e, non avendo la macchina, compagni e staff mi aiutano negli spostamenti. La città è carina, andare in centro è divertente e poi siamo vicini a Milano. E' un posto strategico anche per gli spostamenti: è venuta la mia ragazza dall'America; è stato facile farla arrivare qui». Lei vive negli States? «Si, è abbastanza difficile stare a distanza, ma sta cercando il modo per venire a lavorare a Milano. L'azienda per cui lavora a Dallas ha la sede proprio lì. C'è la possibilità, magari l'anno prossimo, che mi raggiunga, però avrò bisogno di una casa dove stare da solo (ride, pensando all'attuale convivenza con due suoi compagni)». Quindi il progetto è restare in Italia a lungo? «Prima penso a vincere questo campionato aiutando la squadra. Poi mi piacerebbe tornare in Medioriente, in Qatar (dove giocò la stagione 2015-16, ndr): lì ci sono bei soldi, anche se il basket non è granché. L'Italia però mi piace molto, mi vedrei a giocare qui anche 10 anni. Penso sia un bel posto dove vivere. Vedo altri giocatori americani, in categorie superiori, che portano qui le famiglie e stanno benissimo. Comincerò a pensare al futuro tra un po'». Possiamo considerare la partita con Omnia il tuo manifesto come giocatore? «Sì, ho giocato bene. Sono arrivato qui con l'idea di dover segnare tanti punti, ma non ho ansia. Non voglio pensare a me stesso, ma era importante per me fare una buona partita contro Winterass e ci sono riuscito. E' già dimenticata però: ciò che conta è stare concentrato sulla squadra per vincere il campionato e salire in B». Che differenze hai trovato dal basket cui eri abituato in America? «Qui, in attacco, più giocatori toccano la palla, c'è più movimento; in Usa c'è più uno contro uno. In America è molto più fisica la pallacanestro e gli arbitri fischiano tanto. Qui possiamo usare molto meno il fisico. Noi americani siamo poco tutelati: difendiamo duro e ci fischiano fallo, quando il fallo è su di noi niente. Ma è così e mi adatto». E coi passi? «Nel mio primo anno da rookie, in Qatar, li facevo sempre (regole Fiba). Qui non ho avuto grandi problemi, piuttosto ce li ho con la linea dei tre punti laterale. Ricevendo spesso oltre la distanza Nba (7,25m rispetto ai 6,75m in area Fiba), quando sono laterale spesso rischio di ricevere fuori dal campo (ride, ndr)». Hai il sogno di andare in Nba? «Certo, se mi chiamassero andrei molto volentieri. Penso mi serva qualche anno prima di poter provare a tornare (fu preso dai Sacramento Kings nel settembre 2015, ndr). Mi piace molto girare il mondo per il basket, conoscere posti e persone, mi mette pace. Non soffro così tanto la mancanza di casa: sì, mi mancano famiglia, amici e ragazza, ma sono sereno e questo giova alla mia mentalità. Amo questa vita. Per me è bello essere qui. Sono un uomo in missione». Marco Barzizza