Trump ai big dell’auto «Troppo ambientalismo»
di Andrea Visconti wNEW YORK Sergio Marchionne alla sinistra di Donald Trump. Alla destra c'era Mary Barra, amministratore delegato della General Motors, appena più in là Mark Fields della Ford. I massimi esponenti dell'industria automobilistica americana erano stati convocati alla Casa Bianca per parlare del futuro ed entrare in sintonia con la nuova amministrazione. Un incontro poco più che simbolico considerato che i tre big di Detroit avevano già fatto sapere nelle scorse settimane che si sarebbero piegati al volere del presidente. Un volere imposto con maniere brusche perché Trump è pronto allo scontro con aziende che aprono fabbriche e impianti all'estero anziché dare lavoro ad americani. La Fiat Chrysler di Marchionne aveva risposto con un investimento da 1 miliardo di dollari in Michigan. Analogo impegno da parte della GM mentre la Ford aveva accantonato un investimento da 1,6 miliardi di dollari per una fabbrica in Messico a favore di un investimento in Michagan. Ieri, nella sala Roosevelt della Casa Bianca, Trump ha informato Marchionne, Fields e la Barra che verrà loro incontro riducendo norme e regolamenti che appesantiscono la produzione a seguito dell'eccessiva influenza degli ambientalisti. «Voglio creare un clima che renda più semplice la produzione delle auto. Vi renderete presto conto che si andrà da una condizione ostile a una estremamente ospitale». Da una parte riduzione delle tasse che gravano sull'industria automobilistica, dall'altra eliminazione di quelle che genericamente Trump definisce regole inutili. «Vogliamo regole ma solamente quelle vere che hanno qualche significato. Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo». Si riferiva a restrizioni imposte ad esempio dalla Epa, ente federale per la protezione dell'ambiente che impone rigidi controlli sulle emissioni. Un ente che a Trump piace così poco da avere scelto a dirigerlo Scott Pruitt, un uomo che negli ultimi anni ha ripetutamene fatto causa allo stesso ente. Il nuovo corso anti-ambientalista per l'industria Usa emerge anche dalla decisione annunciata ieri di andare avanti coi progetti Keystone XL e Dakota Access, due oleodotti ai quali Obama si era fermamente opposto. Il primo è un progetto canadese per il trasferimento di circa 800mila barili al giorno di petrolio dal Canada al golfo del Messico. Il secondo è un investimento da 3,7 miliardi di dollari per un oleodotto che avrà un impatto negativo sulla tribù Sioux di Standing Rock in North Dakota. Immediata la reazione degli ambientalisti. «Trump è alla Casa Bianca da soli quattro giorni e già dimostra di essere la pericolosa minaccia all'ambiente che temevamo» ha commentato Michael Brune, direttore del Sierra Club. Attivisti come Bill McKibben promettono battaglia ma Trump è inarrestabile. Ha già dichiarato che non solo i due progetti andranno avanti, ma verranno usati esclusivamente tubi "made in Usa" per creare nuovi posti di lavoro nel settore siderurgico. ©RIPRODUZIONE RISERVATA