«Rapinato due volte, ora vivo blindato»
Lasciavano il gatto sul terrazzo di notte, nonostante il freddo intenso: finchè i vicini di casa hanno segnalato la cosa alla polizia locale. I vigili urbani sono quindi intervenuti insieme ai vigili del fuoco. Della cosa è stata interessata anche la sezione vogherese dell'Enpa, l'ente nazionale protezione animali. E' accaduto in un appartamento di via Pietracqua, una traversa di corso XXVII Marzo. A quanto sembra durante l'intervento in casa non c'era nessuno: da qui la necessità di chiamare i vigili del fuoco. L'animale è stato affidato alle cure dell'Enpa.di Paolo Fizzarotti wVOGHERA Due rapine nel giro di un mese, la prima condita da un violento pestaggio e torture con l'accendino. «Ora vivo blindato - racconta Enrico Salice - ma ho sempre a portata di mano la mia accetta: se tornano, questa volta saprò difendermi». Salice, un agricoltore vogherese di 54 anni, accoglie gli ospiti in una stanzetta al piano terra della sua abitazione, una casa colonica in una traversa sterrata di via Tortona. «Mi sono ridotto a vivere qui dentro- spiega l'agricoltore - una stanzetta di due metri per tre, con il soffitto basso e le inferriate alle finestre. Ci ho portato un divano, su cui dormo, e un tavolo da lavoro, su cui tengo i miei attrezzi. La cucina economica a legna, che serve anche come stufa, c'era già. Ora questa stanza è contemporaneamente camera da letto, sala da pranzo e officina. La porta è blindata. C'è la luce di emergenza: se qualcuno taglia i fili per lasciarmi al buio e rubare, si accende. Da qui, attraverso le inferriate, posso vedere ciò che accade in cortile. Quello che non vedo di persona, lo scopro con le telecamere che ho installato: il monitor è qui, in cucina. Sto mettendo una seconda porta blindata e inferriate alle finestre di un'altra parte della casa: quando avrò finito, potrò allargarmi su altre due stanze. Nel frattempo contro i malintenzionati c'è l'accetta: è già servita». Salice racconta il suo incubo. «La prima rapina l'ho subita la notte del 7 novembre. Erano le 23. Sono entrati in casa non so come, senza scassinare nulla. E' vero che avevo un semplice portoncino di metallo: ora l'ho sostituito con una porta blindata. Io ero in camera, al piano di sopra. Me li sono trovati davanti all'improvviso. Erano in quattro: tre mi hanno aggredito, il quarto è rimasto a guardare. Erano a volto scoperto: erano uomini di colore, di qualche paese africano, piuttosto giovani. Volevano sapere dov'era la cassaforte, volevano oro: ma io non ho nè oro nè cassaforte. Gli ho dato il portafogli: dentro c'erano 200 euro e il bancomat. Uno di loro mi ha preso per il collo e mi ha sbattuto contro il muro, mi mancava l'aria. Voleva sapere il Pin del bancomat, ma io mi ricordavo solo le prime due cifre: ho inventato le altre due. Loro hanno pensato che fossero numeri falsi. Mi hanno buttato a terra, tenendomi un piede sulla testa. Mi hanno chiesto il Pin altre dieci volte, bruciandomi con un accendino per farmi parlare. Per fortuna mi ricordavo i numeri falsi che avevo detto e ho continuato a ripeterli. Poi mi hanno legato a una sedia e sono scappati. Oltre ai soldi, mi hanno rubato tre motoseghe, un telefonino, una macchina fotografica, un computer e altri attrezzi. Hanno rubato anche tre catenine d'oro che erano sulla statua della Madonna, in un'edicola qui fuori. Avevo fratture alle costole e altre lesioni. Mi hanno dato 25 giorni di prognosi ma ho rischiato di morire: mi hanno operato per la sostituzione di una valvola cardiaca, lo choc o un'emorragia potevano essermi fatali. A inizio dicembre ci hanno riprovato. Era mezzanotte e mezza. Ormai però la porta principale era blindata, non sono riusciti a entrare. Allora si sono arrampicati sulla facciata per raggiungere una finestra del piano di sopra. Io però ero già barricato qui al piano terra. Ho visto i piedi di uno dei due sull'inferriata della finestra, la stava usando come una scala. Sono uscito con l'accetta in mano: hanno capito che l'avrei usata e sono scappati. Uno l'ho visto bene in faccia: era lo stesso che mi aveva torturato con l'accendino. Ho chiamato il 112, i carabinieri sono arrivati subito. Ora, quando la sera rientro dal lavoro, c'è sempre il pensiero che ci sia qualcuno ad aspettarmi nel buio, davanti casa».