«Sul barcè da cinquant’anni E così me lo sono costruito»

PAVIA Un libro sospeso tra passato e presente, perché nel futuro non si perda la memoria della più tipica imbarcazione del Ticino, il barcè. Pierlorenzo Gatti ha unito la sua passione per la voga a quella per l'artigianato, realizzando il suo barcè. Ma Gatti voleva lasciare in eredità ai giovani anche la storia di questa sua passione antica. Così ha scritto un libro, forse il primo nel suo genere, dedicandolo alla tradizionale barca che da secoli solca le acque del fiume azzurro. «Teatro della vicenda è il Ticino – spiega Gatti –. E' stato il fiume, con la sua conformazione e tipo di corrente e soprattutto con i suoi pesci, a guidare la mano dei primi costruttori di barcè. Quanto a me tutto cominciò col ritrovamento di un vecchio barcè del Guaschino, un vero artista. LO scafo fu portato in Canottieri Ticino e ne iniziai il restauro». Gatti, che della Canottieri oggi è il presidente, è partito da lì. «Sono sempre stato appassionato di barche – aggiunge – il mio primo barcè a coda tronca lo costruì Pietro Tredici cinquant'anni fa, perché ho iniziato ad andare in barca che avevo vent'anni. Ho anche un motore da quarant'anni ma confesso che l'avrò usato dieci volte e solo per andare a pescare. Se alla mia passione aggiungiamo che ho l'hobby del fai-da-te è stato naturale mettere tutto insieme e costruire un barcè». Le tradizionali imbarcazioni del Ticino furono realizzate da grandi costruttori pavesi, che oggi sono quasi tutti scomparsi portando con sé il loro sapere. «Dopo il restauro del barcè del Guaschino – continua Gatti – il passo successivo è stata la costruzione dall'inizio alla fine di un nuovo barcè. Ho cercato di capire come facessero a piegare il legno, perché i costruttori pavesi conoscevano il modo ma non il motivo per cui le tavole si piegavano». Gatti ha impiegato nove mesi per concretizzare il suo sogno. «Ho iniziato nell'autunno del 2011 – ricorda –. Prima ho realizzato i disegni ispirandomi a quelli di chi li aveva costruiti prima di me». Le difficoltà sono arrivate con la ricerca delle tavole di legno necessarie. Un barcè è lungo in media 7 metri e mezzo. A Pavia si trovano poche tavole lunghe otto metri e nessuno è disposto a venderne meno di un camion. Per risolvere il problema Gatti ha usato speciali colle epossidiche. «Ho trovato solo tavole lunghe 4 metri e ho dovuto metterne insieme due per avere la lunghezza necessaria. Ho prima realizzato la poppa, poi la prua, quindi le ho unite». Il lavoro è spiegato passo per passo nel suo libro. «C'era anche il problema della grandezza del garage di casa – sottolinea Gatti - era troppo piccolo per lavorare bene, tanto che a fatica sono riuscito a farci stare la barca con le misure tradizionali. Per ovviare a tutti i problemi ho usato la colla epossidica e ho eliminato quasi del tutto le viti che venivano usate un tempo, compreso dove ci sono le forcole, un punto sottoposto ad una grande pressione. Devo dire che a distanza di quattro anni la colla ha tenuto benissimo, tanto che il barcè pare ancora nuovo». Il libro è venuto strada facendo. «Il mio primo pensiero è stato il barcè poi ad un certo punto ho pensato che se avessi tratto un libro da questa mia esperienza ne avrebbero guadagnato le generazioni future, perché mancava un volume del genere in Italia. Solo che non si tratta esclusivamente del modo in cui si costruisce un barcè. E' anche la storia del barcè». « L'idea del libro mi era venuta già undici anni fa, perché le tradizioni remiere pavesi mi hanno sempre attirato, avevo letto con passione il libro di Giovanni Vaccari "Quando Pavia navigava". Un tempo era una barca di servizio non di navigazione, veniva utilizzata come un traghetto o per passare dalle barche di lavoro al centro del fiume alla riva mentre i barcè di dimensioni maggiori erano utilizzati per il trasporto». Non manca una parte storica e poi ci sono i personaggi. «Ho voluto lasciare una memoria per non dimenticare i grandi pavesi, i costruttori da Tredici a Guaschino, Varesi, Sarani e Negri, senza tralasciare Marino Valle e Giovanni Vaccari». Maurizio Scorbati