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di FRANCO A. GRASSINI In tempi dominati dall'incertezza occorre un coraggio che rasenta la follia per avventurarsi in previsioni. Tuttavia storici ed economisti concordano nel dire che stiamo entrando nella quarta rivoluzione industriale a motivo dei recenti mutamenti tecnologici, dai robot alle comunicazioni. C'è una discreta convergenza sul fatto che il mondo del lavoro cambierà significativamente nel senso che aumenteranno le diversità tra chi dispone di certe conoscenze e capacità e chi, magari anche avendone, dovrà svolgere funzioni molto semplici e, quindi, poco remunerate. Non è l'unica volta in cui, accanto a vantaggi notevoli, una rivoluzione industriale danneggia parti cospicue della popolazione. Avvenne nella prima, quella della macchina a vapore, che creò molti posti di lavoro assai faticosi e pagati molto poco e ne distrusse nell'artigianato dove ognuno era autonomo e indipendente. La seconda, invece, quella dell'elettricità e del motore a combustione è stata, a giudizio degli storici, la più inclusiva perché, grazie alla nascita dei sindacati, ha migliorato molto i livelli di vita dei dipendenti. Anche la terza, affermatasi dopo il secondo conflitto mondiale con la diffusa meccanizzazione e il successo delle economie di scala, ha migliorato il tenore di vita, in particolare nei Paesi democratici. Se le previsioni sopra menzionate si realizzeranno, come in parte già sta accadendo, le tensioni sociali paiono destinate ad aumentare. La domanda che occorre porsi riguarda la possibilità di evitare che questo avvenga. Le risposte sono difficili ed incerte. Con ogni probabilità la tesi molto diffusa del reddito di cittadinanza è necessaria, ma non è sufficiente perché, anche alzando le tasse sui benestanti e di conseguenza le entrate pubbliche, è difficile, per non dire impossibile, dare a tutti livelli di benessere simili tra loro. I beneficiari continuerebbero a sentirsi molto lontani da quelli più in alto e, quindi, insoddisfatti e disponibili a seguire i demagoghi del momento, con gravi pericoli per i sistemi democratici. Qualche studioso ha suggerito di attribuire a tutti i cittadini una parte maggiore o minore dei diritti che sono legati alle innovazioni, ma non è piccolo il rischio che si riducano gli incentivi a realizzarle o che le stesse vadano a localizzarsi nei Paesi ove non esistono regole del genere. La strada meno difficile potrebbe forse essere quella di modificare la struttura dei diritti nell'ambito delle imprese. La Germania, con la sua partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese oltre una certa dimensione, non a caso ha pace sociale e successo economico. In sostanza occorre ripensare il nostro capitalismo prima che crolli da solo. Non è semplice, ma se mancano la fantasia e la volontà di cambiare i rischi sono elevatissimi.