La speranza di Faravelli «Il dialetto sopravviverà grazie alla nostalgia»
PAVIA «Non lo scorderò mai: tornato a casa dal primo giorno di scuola, era il 1938, mio padre mi chiese se mi fosse piaciuta come nuova esperienza e io, bambino di sei anni ingenuo e abituato a parlare dialetto, gli risposi che non era stata male ma che ero rimasto meravigliato che la maestra fosse straniera: al posto di dire "incò" aveva detto "oggi"». A raccontarlo è il vernacoliere pavese Agostino Faravelli, che ha recentemente vinto il premio letterario per la Pace e la giustizia sociale del Centro studi cultura e società di Torino per il racconto "Il mulo di Berto" con Pavia come protagonista. «Da quel giorno i miei genitori mi costrinsero ad esprimermi in italiano anche in casa, perché avevano paura di compromettere la mia educazione, considerando la loro lingua come popolare, un po' volgare e ignorante». Avevano ragione? «Non mi fraintenda, io sono grato per tutto ciò che mamma e papà hanno fatto per me, però non ho mai obbedito loro su questo argomento e, quindi, ho passato la mia infanzia a usare il dialetto ogni volta che uscivo a giocare con gli amici. È sempre stata la mia lingua madre e anche adesso, mentre parlo con lei, sto traducendo nella mente i pensieri in italiano. Il dialetto è cultura: nessuno è mai riuscito a convincermi del contrario; possiede un'espressività che l'italiano se la può solo sognare». Che intende? «Mi riferisco al fatto che consente di dire parole che in italiano verrebbero prese come delle offese. "Vada via al cù", ad esempio, noi dialettofoni lo usiamo come nulla fosse, non lo consideriamo volgare, significa soltanto "torna al tuo paese", ma se lo dovessimo pronunciare in italiano qualcuno di sicuro si offenderebbe. Credo, in generale, che dovremmo rivalutare queste concezioni sbagliate di alcuni termini, che comprendono, naturalmente, anche i romani quando dicono "mortacci tua" oppure i veneti con "ma va' in mona". Sono espressioni dialettali, non insulti». Ma lei a Pavia oggi lo sente parlare il dialetto? «Guardi, io sono convinto che con il progressivo sparire degli anziani (e anch'io ormai faccio parte del gruppo) purtroppo il dialetto scomparirà. Mi accorgo che c'è gente che lo usa, ma si tratta di una lingua imbastardita con l'italiano, che mi fa rabbrividire. L'altro giorno ero al supermercato e ho sentito un signore riferire alla moglie che non trovava il "tachei" nel reparto delle carni. Intendeva "tacchino" e voleva usare il vocabolo pavese, senza sapere che la giusta traduzione è "pola"! Certo, qualcuno ancora desidera imparare la lingua locale ma credo sia più un effetto del fascino del vintage che un vero sentimento di attaccamento alle proprie radici». Oppure una forma di nostalgia del passato. «Sì, e in tal caso, anche se fosse, che male c'è? È sempre bello ricordare i bei tempi, quando tutto era diverso. Io penso sia una cosa positiva mostrare a chi non c'era come si conduceva l'esistenza ieri rispetto ad oggi, lasciando all'ascoltatore il compito di valutare il meglio o il peggio dei modi di vivere. L'obbiettivo che mi sono prefissato nelle mie poesie è proprio questo: descrivere la Pavia in cui sono cresciuto. Ai giovani può servire». Proprio dei giovani le volevo chiedere. «A chi è interessato insegno, soprattutto a scrivere poesie: posseggo a casa, apposta, delle grammatiche e dei dizionari di dialetto pavese. Fino a un po' di anni fa, poi, andavo nelle scuole a tenere delle lezioni, ma ora non trovo più lo stesso interesse neppure da parte delle istituzioni e non vengo invitato. Si sta perdendo il sentimento della pavesità, questo marchio speciale, questo sentirsi parte di un piccolo mondo a se stante, un mondo che indubbiamente si sta esaurendo. Oggi i ragazzi hanno altri obbiettivi. Tanto per cominciare, Milano è a 20 minuti di treno e a tre quarti d'ora di automobile: vedono il loro futuro nelle metropoli, influenzati dalla globalizzazione. E Pavia viene pian piano dimenticata». Qual è il senso allora di esprimersi in dialetto oggi? «In primo luogo, qualsiasi lingua ha sempre senso ed è sempre arte se riesce a ripescare nella memoria offuscata delle persone almeno un ricordo. Le faccio l'esempio di mia nipote che è ancora una bambina. All'inizio sentiva me e sua nonna dialogare in dialetto e ci chiedeva perché parlassimo in francese. Le abbiamo spiegato come stavano le cose e lei s'è incuriosita: ha voluto imparare qualche parola, qualche canzone. La sua fanciullezza ora è segnata da tutto questo e quando sarà grande si ricorderà di noi e della nostra lingua. Il dialetto farà parte del suo bagaglio culturale e proverà nostalgia quando lo udrà dalla bocca di qualcun altro. Attraverso la nostalgia il dialetto sopravvivrà». Gaia Curci