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Da tempo anche in Italia si vanno manifestando sentimenti contrari all'Unione Europea (Ue) e alle sue politiche, a cominciare da quelle di bilancio. A manifestare insofferenza nei confronti delle politiche monetarie e di bilancio, così come tratteggiate dal Trattato di Maastricht, non sono solo le frange politiche estreme. Persino Matteo Renzi, nell'ultima fase del suo governo, ha mostrato una crescente insofferenza verso gli obblighi derivanti dal Trattato di Maastricht. Di fatto Renzi si è messo a chiederne una revisione, non leggera, ipotizzando la possibilità, per l'Italia, di andare oltre i vincoli di bilancio. A sostegno Renzi ha portato eventi come i flussi immigratori incontrollati e il terremoto che ha colpito l'Italia centrale, eventi sui quali il governo italiano non ha potere di controllo. Nel contempo ha intensificato i suoi attacchi alla Germania colpevole, a suo dire, di aver accumulato un notevole surplus commerciale nei confronti di molti dei paesi dell'Ue. Le invettive antitedesche, e il mantra renziano secondo cui occorre meno rigore e più solidarietà o, come si dice, più Europa, trovano orecchie attente in alcuni paesi europei, soprattutto quelli dell'Europa meridionale. Si tratta di invettive che in apparenza reclamano una solidarietà tra paesi europei che in realtà non è mai stata tra gli obiettivi né del Mercato Europeo Comune (Mec), né della Ue. L'attuale crisi dell'Ue è il frutto di una strutturale dicotomia tra obiettivi annunciati e strategie realmente messe in campo. Si tratta di una dicotomia che è il frutto di una sottovalutazione degli effetti prodotti da un processo di integrazione nel quale ha finito per giocare un ruolo fondamentale l'unificazione monetaria. Qualcuno, oggi, pensa che rafforzando i poteri della tecnostruttura di Bruxelles possa avanzare il processo di integrazione tanto da considerare i fautori di un riequilibrio di competenze a favore dei governi nazionali come "anti europeisti". A mio avviso le cose stanno in modo diverso. Il Mec non è nato per trasformarsi in una sorta di Stati Uniti d'Europa. È nato per assicurare un rafforzamento delle difese economiche e ideologiche dei paesi europei occidentali a fronte della capacità attrattiva dell'Urss, stante la constatazione della impossibilità politica di giungere a formare gli Stati Uniti d'Europa. La nuova tecnostruttura che si andava formando a Bruxelles aveva ben chiaro in mente che un rafforzamento delle competenze del Mec e oggi dell'Ue ai danni delle competenze nazionali avrebbe rafforzato la stessa tecnostruttura e non sarebbe stata certamente un passo avanti verso gli Stati Uniti d'Europa. Già negli anni '50 del secolo scorso in Europa si dibatteva in merito alla strategia più adatta per dar vita a un sostanziale processo integrativo. Da un lato c'erano coloro che ritenevano che avrebbe dovuto essere prioritaria l'integrazione politica dei paesi europei, rispetto a una integrazione economica governata da una tecnostruttura sovranazionale. I primi li possiamo indicare come i "federalisti" e i secondi come i "funzionalisti". La debolezza politica dell'opzione federalista lasciò il campo all'opzione funzionalista. Purtroppo i funzionalisti erano prigionieri di vedute in materia di politica economica basate sull'idea che un processo integrativo a livello continentale avrebbe rappresentato la traduzione pratica, a livello europeo, di principii ispirati alla globalizzazione e alla omogeneizzazione, anche coatta, delle culture nazionali. La disaffezione delle (posso usare questa espressione?) masse popolari europee verso la deriva funzionalista va creando crepe nella costruzione voluta dalla tecnostruttura con cui ci ostiniamo a identificare l'europeismo, fino alla dissoluzione della stessa Ue. Maurizio Mistri