Ancora ombre dopo 9 anni di indagini e 5 processi
GARLASCO «Hanno ucciso una persona, ma non sono sicuro. Forse è ancora viva». «E' una sua parente?» «No, è la mia fidanzata». Lunedì 13 agosto 2007 è un giorno afoso e nuvoloso; alle 13.49 Alberto Stasi, allora 24enne, telefona al 118. Chiede soccorso, e dice di aver trovato Chiara, 26 anni, a villa Poggi in via Pascoli. E' morta, assassinata da qualcuno che l'ha colpita con ferocia fino a sfondarle il cranio. I genitori e il fratello di Chiara sono in vacanza, come i genitori di Alberto. Per tutta la notte Stasi viene interrogato nella caserma dei carabinieri. Il 20 agosto la procura lo indaga per omicidio volontario. Il 24 settembre il pm Rosa Muscio ordina il fermo di Stasi, perchè i Ris hanno trovato tracce del Dna della vittima sui pedali della bicicletta in sella con cui sarebbe fuggito dopo il delitto. Ma il 28 settembre il gip Giulia Pravon dispone la scarcerazione: non ci sono prove, solo "suggestioni accusatorie". Il 3 novembre 2008 la procura chiede il rinvio a giudizio di Stasi. Il 23 febbraio 2009 comincia l'udienza preliminare davanti al gup di Vigevano, Stefano Vitelli che a dicembre lo assolve perché non ci sono arma del delitto e movente, solo indizi discordanti». L' 8 novembre 2011comincia il processo d'appello a Milano che conferma l'assoluzione. Il 18 aprile 2013 la Cassazione annulla l'assoluzione. E dispone il processo d'appello bis cominciato il 9 aprile 2014, che si conclude con una sentenza di condanna a 16 anni di carcere, confermata un anno fa, il 17 dicembre 2015, da una pronuncia bis della Corte di Cassazione. Il giorno dopo Stasi si costiuisce nel carcere di Bollate (Milano) dove è tuttora detenuto. Pochi giorni fa, la difesa presenta l'esposto-denuncia firmato dalla madre di Alberto e la relazione sul Dna che ipotizzano un altro colpevole per il delitto di Garlasco. (a.m.)