Senza Titolo
Il mestiere delle armi. Così potremmo dire della "politica", o forse così potremmo dire di tutte le attività e le discipline che implicano una dedizione estrema, spesso di natura monomaniacale e il cui principale obiettivo è costituito dalla sopraffazione dell'altro. Il contesto può variare - si va dallo stadio, ai dominanti "mercati" - ma la sostanza rimane la stessa. Vincere. Per ragioni abbastanza note, storicamente il "mestiere delle armi" è stato a lungo una prerogativa maschile e solo recentemente (l'ultimo secolo) abbiamo visto affacciarsi anche il genere femminile. Questa piccola premessa solo per analizzare in prima battuta non già le lacrime di Debora Serracchiani ieri nel Consiglio regionale del Friuli, ma un imbarazzo che sfiora il disagio, e - mentre lei parla fra le lacrime - sembra investire i suoi colleghi uomini. Preferirebbero, si coglie, essere lontani, non dover affrontare quelle parole, che proprio perché bagnate dall'emozione, escono dalla sfera della politica e assumono di colpo una loro autenticità. E diventano un guaio. Per tutti. Perché se la politica è una delle forme più alte e sofisticate di finzione, le lacrime di colpo la lasciano nuda. Perché all'autenticità, siamo tutti poco abituati. Perché la politica è guerra e chi ne calpesta il terreno è in una condizione marziale, che esclude le emozioni, pena il ritorno alla fragilità, al confronto con se stessi, all'autoriflessione, prima personale e poi collettiva. Questo mi è parso sia successo ieri, quando Debora Serracchiani ha interrotto il suo discorso fra le lacrime, per riprenderlo venti secondi dopo lasciando sul terreno due interrogativi. «Non so se è perché sono donna o perché non sono nata qui, ma credo di aver sopportato più di qualsiasi altra persona in questa sede attacchi che sono stati tutti personali». Non so quale sia stato il clima in Consiglio regionale del Friuli in questi anni, ma è certo che - prima ancora delle recenti sconfitte elettorali - la percepita "estraneità" della Serrachiani allo spirito del "luogo" abbia contribuito non poco a eroderne l'immagine. Così come possono avervi contribuito la sua apparente spregiudicatezza, la sua freddezza, la sua ambizione. Tutte caratteristiche, a dire il vero, che spesso rileviamo nei politici uomini, ma che non destano in noi altrettanto livore. Infine in un ultimo passaggio, Debora Serracchiani ha richiamato tre parole: fatica, dedizione e rinuncia. Curiosamente sono tre parole che vengono assimilate al genere femminile, assumendo una chiara connotazione "materna", e proprio per questo immagino che il disvelamento della presidente della Regione sia stato vero, verissimo e totale. E quindi degno di rispetto. L'episodio di cui si è resa involontaria protagonista, a mio avviso, ci offre un'ulteriore chiave di lettura che va oltre la persona stessa. Ci parla di una "politica" che è mestiere, duro lavoro, fatica; ci dice di un mondo, crudele - e in ciò molto simile a tanti altri mondi - in cui la restituzione spesso non avviene; ci fa vedere come esso sia soggetto a "pressioni" di terribile intensità; ma ci lascia al tempo stesso uno spiraglio di ottimismo. Ci mostra che l'energia liberante del "fattore umano" è sempre in agguato, pronta, quando meno ce lo aspettiamo, a mostrarci come siamo tutti, semplici e fragili persone. Roberto Weber