Senza Titolo

di MARIO BERTOLISSI Dicono e diranno un'infinità di cose. Formuleranno diagnosi e prognosi "medici" sperimentati, le cui cure hanno reso ogni giorno più gracile il Paese. I soliti, che non possiedono l'unico requisito essenziale necessario: consiste nella conoscenza diretta dei problemi in cui quotidianamente si dibatte la persona comune. Quella maggioritaria, che si orienta con il buon senso e desidera un po' di buon governo. I risultati del referendum non credo autorizzino alcuna forza politica a intestarseli, perché, a parti rovesciate, sarebbe finita sempre 60 a 40. Del resto, il referendum, è un istituto di democrazia diretta: sono i rappresentati che giudicano i rappresentanti, i quali dovrebbero riflettere criticamente, pensando innanzi tutto a se stessi. Non funzionano tanti, rinomatissimi, luoghi comuni. Ad esempio, l'idea che tutto si risolva in comunicazione. Perché sono indispensabili i contenuti, i quali, prima o poi, attendono al varco chi li ha o non li ha proposti. Il giudizio cade sulla totalità. Appunto, sulla forma e sulla sostanza, che debbono essere tra loro in equilibrio e quantitativamente ben dosate. Matteo Renzi aveva prevalso - sul piano mediatico - nel confronto con Gustavo Zagrebelsky, a detta dei guru. Gustavo si è rifatto alla grande, forse per quel nonsoché di imbarazzante che è accaduto durante il difficile dialogo. Possibile che un illustre giurista, ex giudice e presidente della Corte costituzionale fosse a corto di argomenti? No, a prescindere dall'apparenza. E l'apparenza è stata sconfitta. Possibile - ancora - che uomini di governo di tutto il mondo - Obama in testa - abbiano così tanto tempo da perdere da occuparsi della riforma della Costituzione italiana? Se lo sono chiesti in tanti, sorpresi e irritati, mal disposti a far proprio un consiglio non richiesto, anche perché decidere sul proprio futuro è un atto personale, che coinvolge un elemento soltanto: la propria responsabilità. Responsabilità che molti, sorprendendo gli esperti, hanno deciso di utilizzare avvalendosi dell'arma vera della democrazia: il voto. Voto che l'articolo 48 della Legge fondamentale dice essere «personale ed eguale, libero e segreto». Mentre l'articolo 49 ricorda a capi e capetti vari, non di rado inadeguati, che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Questo è un messaggio, che conserva intatta la sua attualità. Il tempo in cui viviamo soffre di molteplici carenze, la prima delle quali consiste nell'aver messo all'angolo proprio quel che ha reso grande la democrazia: l'eguaglianza. E l'articolo 3 della Costituzione ricorda, pure oggi, ai governanti che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Così, afferma il 2° comma con espression i limpide ed eloquenti, a tal punto imperative da rappresentare il programma di un governo qualunque: di sinistra, di centro o di destra, una volta che si sia propensi a guardare alla società nel suo complesso e a ciò di cui ha davvero bisogno. In un documento di 16 pagine, datato 28 maggio 2013 la banca d'affari JP Morgan ha osservato che «i sistemi politici e costituzionali del Sud (D'EUROPA) presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori (a suo dire, lo statuto dei lavoratori è un obbrobrio: un atto di inciviltà), tecniche di costruzione del consenso fondante sul clientelismo (difficile negarlo), il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi (capite? è censurato il diritto di protestare… si deve ubbidire e basta)». L'elettore non ne sapeva nulla, è da credere. Ma è istruttivo leggere un simile brano, non ignorato dai riformatori, per rendersi conto delle idiozie che circolano. Oltretutto, provengono da ambienti, sui quali grava la responsabilità di tante dolorose distruzioni di risorse economiche e umane, che ci si ostina a riproporre. Ignorando quel che la storia insegna, spesso inutilmente: che, al fondo delle ingiustizie, c'è la rivolta.