Basta violenze, 200mila a Roma
di Andrea Scutellà wROMA «Siamo l'urlo altissimo e feroce di tutte quelle donne che non hanno voce». Si può solo impallidire di fronte alla potenza della marea al femminile che è scesa in piazza a Roma, al grido di "Non una di meno". Duecentomila persone, secondo gli organizzatori, tra le quali anche molti uomini, anche se sul banco degli imputati c'è proprio il patriarcato, il sistema di dominio del maschio da cui, secondo le donne scese in piazza, discendono poi tutti gli altri problemi: la violenza, gli assassinii, la discriminazione, il sessismo, la pretesa di poter disporre a proprio piacimento del corpo della compagna. "Tremate le streghe son tornate"; "Erranti, etiche, erotiche"; "Le vulve unide jamas seran vencide"; "Il femminicida non è malato, ma è il figlio sano del patriarcato", tra gli slogan più incisivi. La danza e il canto la fanno da padroni: il corteo sfila tra i cori salentini, accompagnati dai tamburi, e mirabolanti esibizioni di capoeira, l'arte marziale brasiliana che confina con il ballo. Ma le vere anime della manifestazione che si snoda per la Capitale sono i centri antiviolenza, che quotidianamente aiutano le donne vittime di abusi. «Oggi la nostra situazione è estremamente grave - spiega Jenny Giordano, consigliera per la regione Veneto dell'associazione Dire - In media accogliamo una o due donne nuove al giorno, per cui sarebbe importante che il piano nazionale straordinario diventasse ordinario. Nei centri mancano fondi, spazi e professionalità». Molte realtà che oggi fanno un lavoro encomiabile sono a rischio chiusura per dissesto economico: «Il centro da cui vengo io - spiega ancora Giordano - Estia, della laguna di Venezia, è in pericolo». I politici sono pochi, mescolati alla folla. Per il movimento sindacale c'è il segretario generale della Cgil Susanna Camusso: «Era facile prevedere che ci fosse molta voglia di reagire, di riprendere la parola in una situazione in cui crescono forme di violenza». Gaia Righetto del Centro sociale Django di Treviso prende il microfono dell'immenso furgone che spara musica a tutto volume. Racconta la sua esperienza, nata da un post su Facebook del leader leghista Matteo Salvini, che aveva messo alla berlina una sua intervista in cui definiva «necrofila» la politica della Lega nei confronti dei profughi. Nei giorni scorsi gli attivisti di Django avevano lanciato letame e imbrattato una bacheca leghista, perché il sindaco di Quinto aveva rifiutato alcuni migranti. «Da allora - racconta Gaia - ho subito insulti irripetibili, anche via messaggio privato e sul mio profilo. Prendono di mira i miei gusti sessuali, una presunta passione per gli uomini africani. Ho ricevuto minacce di morte: dicevano che ci sarebbe stato più gusto a picchiarmi nel giorno contro la violenza sulle donne». I cronisti non sempre vengono visti di buon occhio. Molte femministe di vecchia data oppongono il simbolo del triangolo ai tentativi di intervista. Una di loro, però, non nasconde un certo orgoglio: «Oggi siamo tantissime? Non è mica la prima volta, lottiamo da quarant'anni. E lo facciamo tutti i giorni nei posti di lavoro, dentro le case, nelle famiglie». ©RIPRODUZIONE RISERVATA