Le ragioni del «sì» e del «no» al quesito del referendum

dibattitoIl dibattito che si è aperto intorno alla proposta di riforma costituzionale in vista del referendum non sta aiutando i cittadini a comprendere qual è la vera posta in gioco nella consultazione. Paradossalmente, la cosa è chiarissima per chi osserva l'Italia dall'esterno. La riforma è frutto dei compromessi che sono stati necessari per avere la maggioranza delle forze politiche schierate in Parlamento; quindi non è perfetta. Ma è chiara e lineare nel suo impianto: pone fine a un bicameralismo paritario diventato ormai insostenibile in un quadro europeo che pone scadenze strettissime e in un contesto internazionale pieno di sfide dettate dalla competizione globale e dall'instabilità; e ridefinisce i rapporti Stato-regioni, correggendo una pessima riforma del 2001 che aveva accresciuto a dismisura i problemi di irresponsabilità. La vera sostanza è che migliora le condizioni per permettere al governo di portare avanti le proposte e gli obiettivi per cui i cittadini lo hanno scelto, e lo rende più responsabile; e quindi meglio valutabile alle elezioni successive. Evidentemente fuori dall'Italia ricordano meglio di noi come è nato l'iter di questa riforma, posta come condizione inderogabile dal presidente Napolitano per accettare il secondo mandato. Ricordano bene la crisi profonda del nostro sistema politico, paralizzato, e l'impegno assunto dalle forze politiche responsabili di promuovere una riforma costituzionale che permettesse all'Italia di uscire dall'impasse di un sistema di governo troppo debole per poter attuare le riforme di cui il paese ha un disperato bisogno. Ma dall'esterno forse è anche più facile vedere come l'onda del populismo che sta crescendo ha convinto quelle stesse forze, che pure hanno contribuito attivamente alla stesura della riforma, a cercare di usare l'occasione del referendum per indebolire il governo. Il «no» boccia la proposta, ma non presenta progetti alternativi, perché è un insieme di posizioni inconciliabili. Il solo messaggio che lancia al resto dell'Europa e al mondo è che l'Italia ha interrotto il faticoso percorso di autoriforma. E l'impatto sugli equilibri europei sarà molto più potente di quanto non si voglia ammettere. L'onda del populismo si rafforzerà, sarà molto più facile alimentare la sfiducia nei confronti di uno dei paesi chiave del processo europeo. Piaccia o no, il 4 dicembre quello che è davvero in gioco è il futuro del paese e dell'Europa: nasconderlo non aiuta i cittadini a capire su cosa sono chiamati a decidere. Luisa Trumellini Movimento federalista europeo, Pavia Si allarga il fronte del «no» con la presentazione online del comitato "LomelliNO", un piccolo comitato apolitico e apartitico . Perché votare no? La riforma nasce male, troppi gli argomenti e le modifiche da approvare con un solo quesito referendario, e credo che sarebbe stato meglio avere 5 schede per affrontare i 5 argomenti oggetto di modifiche. Con 5 schede avrei votato a favore dell'abolizione del Cnel e anche dell'introduzione dei referendum di indirizzo e propositivi. Mentre nutro ancora dei dubbi circa la contro-riforma del Titolo V che mi sembra troppo "statalista" non ne ho circa la mia contrarietà per Senato e Province. Trovo grave l'annuncite del premier che si vantava: abbiamo abolito le Province! Semmai sono state abolite le elezioni provinciali dirette; grave pure il precedente di aver introdotto per decreto le aree vaste prima ancora che le Province fossero abolite per via referendaria! Infine l'aspetto economico: con l'abolizione delle elezioni provinciali si risparmiano 100 milioni di spese per i politici e 350 milioni circa dei seggi, tale somma potrebbe andare ai nuovi enti per la manutenzione delle strade, dei ponti e dei cavalcavia. Infine: se vince il si dal 5 dicembre non si pagherà più I.p. t. (Imposta provinciale sui trasporti)? Matthew Drago Frascarolo