L’Orlando Furioso, un fantasy che festeggia i cinque secoli

PAVIA Cantava le donne, i cavalieri, le armi, gli amori, le cortesie e le imprese più audaci. Cantava la vita. La sua musica non era fatta di note che, seppur bellissime, sempre sono destinate a svanire nell'aria e nel tempo. La sua musica era di parole scritte, stilate sulla carta, le uniche in grado di dare un assaggio di immortalità all'uomo. E immortale, in un certo senso, poi, lo è diventato davvero Ludovico Ariosto, scrivendo, componendo l'"Orlando furioso", di cui quest'anno si festeggiano i 500 anni. L'editio princeps risale al 1516, infatti, e, per l'anniversario, al collegio Borromeo di Pavia, domani alle 18, la docente di Filologia e letteratura del Rinascimento Maria Pia Sacchi racconta proprio di questa prima edizione e della sua attualità. Professoressa Sacchi, che cosa aveva in mente Ariosto quando, già prima del 1505, decise di raccontare le avventure di Orlando? «Voleva sicuramente redigere qualcosa di nuovo rispetto al panorama letterario tradizionale: raccontare le fatiche sentimentali e militari dei paladini, come un po', d'altro canto, aveva già fatto Boiardo con l'"Innamorato", ed inserirci riferimenti più o meno espliciti all'attualità, gli avvenimenti storici che nella sua epoca accadevano. Ad esempio la battaglia della Polesella del 1509 e la battaglia di Marignano del 1515. Vede, in Ariosto la realtà si è sposata con l'invenzione: i fatti reali hanno preso forma tra le sue pagine attraverso l'evocazione di profezie e magie inventate». La princeps è l'inizio di tutto, ma poi l'autore ha dei ripensamenti. «L'intera grandiosità del poema esiste già nella prima edizione. Questo è indubbio e deve sempre essere ricordato. Le versioni successive, del 1521 e del '32, presentano più che altro delle modifiche per quanto riguarda il linguaggio. Dopotutto, nel frattempo erano state pubblicate "Le prose della volgar lingua" di Bembo, che costrinsero l'autore ferrarese ad adeguarsi ad un toscano letterario e petrarchesco, privo il più possibile del gergo dialettale. A tale revisione, aggiunse anche alcuni episodi nella trama, portando il numero dei canti da 40 a 46». Perché fu un capolavoro così amato dai contemporanei? «Perché ogni lettore capì immediatamente che Ariosto era riuscito a "guardare il mondo con gli occhi di Dio", usando un'espressione di Benedetto Croce. Lui si definiva un semplice prosecutore della narrazione di Boiardo, ma era solo una finta modestia. Tutti gli intrecci del Furioso, che a volte per noi possono persino apparire confusionari, alla fine vengono sempre governati dalla sua volontà, ordinati, ricevendo un significato universale. Lo scrittore aveva una visione globale e complessiva, prendeva in considerazione, del mondo, sia i limiti sia le virtù». Per questo la sua fama non è ancora morta? «Esatto. A noi lettori del 2016 può tuttora insegnare qualcosa, perché Ariosto possedeva un'incredibile capacità di osservare le vicende umane e di esse cogliere ciò che concerne la totalità degli individui di qualsiasi epoca». Ad esempio? «Prima di tutto ci ha permesso di identificarci nei personaggi, che hanno una psicologia assai complessa ed approfondita. Mirabile, in tal senso, l'episodio della follia d'Orlando, che, quando si accorge che Angelica preferisce un altro a lui, perde il senno e cerca di auto-ingannarsi sperando che non sia vero. Sono cose che nella vita capitano a chiunque sia nel Medioevo, sia nel Rinascimento sia oggi». Così il Furioso si legge ancora con piacere? «Sicuramente. Dal punto di vista della lingua forse necessita un minimo di preparazione, ma ci si abitua in fretta. Certi passaggi sono godibilissimi, divertenti anche, come alcune scaramucce tra Angelica ed i suoi pretendenti che se la prendono l'uno con l'altro. Poi, si possono trovare dei collegamenti con l'attualità, come una Storia che sempre si ripete, ad esempio nella lotta tra cristiani e saraceni. Non dimentichiamo nemmeno il tema fantasioso, che per gli amanti del genere fantasy suscita spesso attrazione». Una morale? «Non so se sia lecito parlare di morale, di fatto Ariosto comunica una visione molto realistica della vita. Potrebbe sembrare un paradosso, vista la presenza di oggetti e esseri magici nell'opera, di episodi fantasiosi, ma non è così. Prendo come esemplificazione il viaggio del personaggio di Astolfo sulla luna: una pazzia inverosimile per cancellare un'altra pazzia, quella di Orlando. Ma la cosa importante è che il senno, la ragione, viene recuperato e si torna sulla terra. Ariosto ci dice che per quanto le cose sembrino impossibili da risolvere, per quanto sembri più semplice rifugiarsi su un altro pianeta o satellite, alla fine bisogna tornare indietro e affrontare i fatti. Ci dice che questo si può fare e con successo. Ce l'ha fatta Orlando mezzo millennio fa, vuole che non ce la facciamo noi?». Gaia Curci