I farmaci-bersaglio, la frontiera contro il cancro
PAVIA Il tumore del colon-retto, dovuto alla proliferazione incontrollata delle cellule della mucosa che riveste quest'organo, è la terza neoplasia maligna al mondo; in Europa e in Italia la seconda causa di morte oncologica. Oggi, tuttavia, c'è un gruppo di ricerca medica che si sta adoperando per dare speranza a chi è costretto ad affrontare la malattia quando ormai la chirurgia non può risolvere più nulla ed in corpo ci sono metastasi. A collaborare per tali risultati sono la divisione di oncologia medica dell'ospedale Niguarda di Milano diretta da Salvatore Siena, e l'Istituto di Candiolo per la ricerca e la cura del cancro. Siena sarà ospite del collegio Cairoli stasera alle 18, nell'aula Magna. Professor Siena, nei vostri laboratori trattate ogni genere di metastasi? «Più che altro, cerchiamo una terapia che possa andare bene per tutti. Fino ad oggi abbiamo sempre considerato le metastasi come un collettivo, scoprendo però che non lo sono, che, anzi, si presentano eterogenee e di diversa natura». Per ora come agite? «Abbiamo due metodi differenti. Il primo è stato sviluppato agli inizi degli anni duemila, quando abbiamo cominciato a praticare una terapia a bersaglio molecolare mirata a un recettore delle cellule del carcinoma del grosso intestino, l'Epidermal growth factor receptor (Egfr). Iniettando nel paziente anticorpi monoclonali, con i medicinali cetuximab e panitimumab, scoprimmo che in alcuni casi tumorali si creava inspiegabilmente una resistenza farmacologica. Così, andando a dissezionare il target Egfr, potemmo vedere che nella circostanza in cui esso aveva delle mutazioni del gene Ras (oncogene che regola la crescita cellulare, ndr), i pazienti rimanevano immuni ai tentativi di cura. Questo, inoltre, avveniva nel 50% dei casi trattati. Tale dura rivelazione ci permise di restringere la prescrizione degli anticorpi solo a chi non aveva la mutazione e tuttora seguiamo questa regola: sappiamo chi possiamo curare grazie ad una biopsia solida, recentemente anche liquida, con un semplice esame del sangue periferico». L'altro metodo? «Tra i meccanismi di resistenza abbiamo trovato anche quello dell'oncogene Her2, già presente nel tumore alla mammella. Quando questo gene è amplificato, cioè ce n'è più di una copia, diventa insensibile ai farmaci. Noi abbiamo sperimentato una terapia duale, con trastuzumab e lapatinib, che riesce a non perdere la sua efficacia. Gli esiti sono stati strabilianti». Cioè? «Pazienti che hanno visto fallire tutte le terapie ricevono per bocca e endovena questo connubio di medicinali ed in un paio di mesi ottengono, per un terzo dei casi, una regressione fino alla scomparsa totale della malattia anche per anni, per il 45%, un blocco della stessa per mesi, nella peggiore delle ipotesi, invece, e per il rimanente 30%, ne si rimane semplicemente refrattari». Se si avessero entrambi i geni Ras e Her2 mutati? «Non si avrebbe alcun vantaggio: la terapia anti-Her2 non funziona se Ras presenta l'anomalia e, come già spiegato, l'anti-Ras neppure. Comunque, noi ricercatori stiamo ancora studiando tutti questi meccanismi di resistenza ai trattamenti bersaglio-molecolari e anche alle immunoterapie. Ci auspichiamo di portare presto nuovi benefici per combattere un carcinoma così diffuso e riuscire a tradurre ancora più concretamente le scoperte in terapie efficaci». Efficaci e soprattutto personalizzate. «Esatto, perché, vede, per garantire un ideale rapporto tra costo dei farmaci, della ricerca e la loro funzionalità, è necessario che nulla venga sprecato: le cure devono essere somministrate nel momento giusto alla persona giusta per avere il migliore dei risultati. È chiaro che tale aspetto della medicina visto dalla parte della persona che soffre non sia mai ottimale e che l'organizzazione della suddivisione delle risorse talora possa sembrare crudele a chi viene escluso dalla terapia, ma mi creda che noi medici non abbiamo altra scelta. Sarebbe bello poter guarire tutti, ma siamo limitati dalle nostre capacità. Possiamo solo fare del nostro meglio». (g. cur.)