LA GIUSTIZIA CHE REGOLA LA POLITICA

di BRUNO MANFELLOTTO Può succedere dunque che anche in Gran Bretagna, culla della democrazia, politica e giustizia vadano in corto circuito e che il governo chieda un parere ai cittadini per poi vederselo contraddire dalla massima autorità giudiziaria. Attenzione, però, non è un incidente di percorso, la vicenda segnala qualcosa di più profondo. E non solo oltremanica. In casa nostra, per esempio, quando il referendum di dicembre a cui tutto è subordinato - dall'approvazione della manovra finanziaria da parte della Commissione europea, all'aumento di capitale-salvataggio di Mps - sarà finalmente passato e digerito e, comunque vada a finire, bisognerebbe domandarsi seriamente perché è nata e cosa ha già prodotto questa lunga ondata di protesta e ribellione spesso irrazionale. Da quando nella primavera del 2007 Rizzo & Stella diedero alle stampe "La Casta", il libro inchiesta che ha dato nome a una stagione, i protagonisti-vittime evocati nel sottotitolo - "Così i politici italiani sono diventati intoccabili" - prima hanno sottovalutato i capi d'accusa, poi hanno pensato che bastasse concentrarsi sui costi della politica e tagliare un po' qua e un po' là, invece di rendersi conto che la contestazione di privilegi radicati segnalava ben altro, un gravissimo deficit di rappresentanza che la crisi economica avrebbe ulteriormente acuito: il crac della Lehman Brothers è dell'autunno 2008, e nell'ottobre 2009 Grillo trasforma in movimento politico gli "Amici di Beppe Grillo" cavalcando lo scontento generale e il vaffa alla politica. La crisi dei partiti tradizionali è così rapida e profonda che i parlamenti faticano ad adattarsi a un sentimento diffuso, ma ancora poco compreso. In Gran Bretagna, appunto, i cittadini sono stati chiamati quattro mesi fa dal capo del governo a dire sì o no alla permanenza in Europa. Dal referendum, che laggiù è solo consultivo, il premier Cameron si aspettava un bel "remain", e invece la maggioranza dei votanti ha deciso che la perfida Albione può tranquillamente fare a meno dell'Unione. Quindi: il governo ha bypassato il Parlamento rivolgendosi direttamente al popolo, che però ha pensato bene di smentire ogni aspettativa: Brexit! Tutto finito? Macché. L'Alta Corte inglese ha appena sentenziato che il governo di Sua Maestà non può avviare alcuna trattativa con Bruxelles per l'uscita dall'Europa senza prima consultare il Parlamento. Insomma, per l'istituzione giustizia non è sovrano l'inquilino del numero 10 di Downing Street e nemmeno il popolo del referendum, ma quello rappresentato dal Parlamento di Londra. È molto difficile che la Brexit venga ora ribaltata, ma per paradosso la sostanza sta altrove. Si calcola infatti che il 63 per cento dei deputati della Camera dei Comuni sia contrario all'uscita dall'Europa e dunque potrebbero, in teoria, smentire ciò che il popolo ha espresso. E però sondaggi recenti ci informano anche che se si votasse oggi gli inglesi eleggerebbero a grande maggioranza fieri teorici della Brexit. È come se il Parlamento, riportato clamorosamente sulla scena dalla High Court per bilanciare la forza dell'esecutivo, oggi non fosse più rappresentativo del suo popolo. Che caos. Che confusione. In fondo la vicenda inglese si dipana all'insegna della stessa domanda che ha guidato in Italia la discussione sulla riforma costituzionale e sulla nuova legge elettorale: chi ha l'ultima parola, il premier o il parlamento, il potere centrale o quello locale? Si ha invece la netta impressione che politici e governi, perfino quelli dotati di larghi poteri, resisi tardivamente conto della crisi di rappresentanza che li attanaglia, cerchino nuove armi, come quella del referendum, da utilizzare non per sapere che cosa pensano i cittadini, ma per chiedere conferma alle loro scelte. Però può succedere, come a Londra, che gli elettori si muovano in direzione ostinata e contraria. Più che aggirare la questione con referendum consolatori, che poi rischiano di non essere tali, occorrerebbero politiche capaci di ricomporre ciò che è andato perso. Un tessuto lacerato. Ma per ripararlo, ahimé, non basta un sì o un no. E nemmeno che a risolvere il nodo Italicum provveda una High Court all'italiana. ©RIPRODUZIONE RISERVATA