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di ALFREDO DE GIROLAMO ed ENRICO CATASSI Esiste modo e modo di approcciare il conflitto israelopalestinese, c'è la disinformazione, la controinformazione, il dogmatismo, la mistificazione, il nazionalismo e l'antisemitismo. Alla fine, nella lettura di quel contesto così unico ed indecifrabile, è facile che spesso prevalga la strumentalizzazione politica così da impedire il dialogo costruttivo tra le parti. In questo senso la bilancia internazionale pesa su uno o sull'altro schieramento a seconda delle condizioni geopolitiche: più è forte il blocco statunitense e più ci si rilassa a Tel Aviv. Maggiore è il peso della Russia e migliore è l'umore a Ramallah. Senza tuttavia mai raggiungere una soluzione, al contrario il problema viene ciclicamente accentuato, lasciando aperte questioni delicate: diritti, difesa e condivisione. È solo con lo spirito della conciliazione che il percorso di pace può essere tracciato e tutelato universalmente. In pochi giorni l'Unesco ha approvato due discusse risoluzioni estremamente critiche nei confronti di Israele. L'ultima in ordine cronologico denuncia i "danni materiali" perpetrati da Israele nella Città Vecchia di Gerusalemme. Il testo approvato fa riferimento ai luoghi sacri dentro le mura con la sola denominazione musulmana e replica abbastanza fedelmente la precedente risoluzione adottata nei giorni scorsi dal titolo "Palestina Occupata", dove si affrontavano questioni quali: il complesso della spianata della Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, Gaza, la Tomba dei Patriarchi a Hebron e quella di Rachele a Betlemme. Come già accaduto in passato, molte risoluzioni delle Nazioni Unite lasciano il tempo che trovano e spesso sono dettate da opportunismo. Nel caso della prima risoluzione abbiamo assistito a reazioni a caldo molto negative, incentrate sulla ragione che il riconoscimento da parte dell'Unesco che la Spianata del Tempio a Gerusalemme abbia valore sacro solo per i musulmani è un gioco politico ipocrita.Non si può misconoscere l'interesse e l'appartenenza millenaria della spianata all'ebraismo, sarebbe un segno d'ignoranza storica e una offesa al mondo ebraico. L'Unesco ha accentuato lo strappo anche nella seconda mozione dove ha omesso di citare la rilevanza di Gerusalemme Vecchia per le tre religioni monoteistiche, uno sgarbo subdolo: «Un affronto per cristiani ed ebrei». Lo scrittore pacifista israeliano Amos Oz ha parlato di «vizio capitale che ha scatenato guerre». D'altronde non si può nemmeno non riconoscerne il valore di Gerusalemme per l'islam e soprattutto non deve essere dimenticato quanto prevede lo status quo vigente per quei luoghi santi. A difesa del testo delle risoluzioni c'è una parte del mondo che con questi documenti ha voluto apertamente mostrare le inadempienze ed invadenze di Israele sui luoghi contesi. Per questo, in particolar modo nella seconda mozione, è stata enfatizzata e riconfermata la situazione di pericolo emergenziale per quella specifica parte di Gerusalemme, con l'intento di fermare la progressiva erosione da parte delle politiche governative di Israele del territorio e delle risorse palestinesi. L'irritazione all'esito della votazione del premier Netanyahu è stata quella di un vulcano in eruzione. Viceversa per Abu Mazen il doppio voto dell'Agenzia delle Nazioni Unite è una formula politica adatta a tenere acceso il lume della speranza di uno stato palestinese indipendente, mentre la sua popolarità è in fase di liquefazione. Una nuova "tempesta" di polemiche si sta abbattendo su Gerusalemme e nel fragile Medioriente. È nel segno invece, dell'equilibrio, della sensibilità e del conforto che si snoderà il ricco programma dell'imminente visita del presidente Mattarella in Terra Santa che inizierà con una lectio magistralis all'Università ebraica di Gerusalemme per finire a Betlemme ad ammirare gli ultimi restauri alla Basilica della Natività. ©RIPRODUZIONE RISERVATA