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di MASSIMILIANO PANARARI La legge di bilancio del 2017, e il referendum del 4 dicembre. Non c'è strabismo tra i due corni della questione, ma un'identità di veduta strategica e un target comune che porta la prima a essere finalizzata per agevolare la vittoria del premier nel secondo. Il Consiglio dei ministri ha licenziato una manovra finanziaria dell'ammontare di oltre 26 miliardi di euro, sulla quale la Commissione europea dovrà dire la sua e che sarà oggetto di trattativa con Bruxelles, dal momento che il governo punta a ottenere un po' di flessibilità aggiuntiva e qualche margine in più sul rapporto deficit/Pil (nella nota d'aggiornamento del Documento di economia e finanza ha messo nero su bianco un obiettivo del 2% per l'anno prossimo, ma ha ricevuto dal Parlamento il mandato per arrivare sino al 2,4%). Renzi si è ben guardato dall'esprimere toni trionfalistici, indicando le "stelle polari" della legge di stabilità per l'anno a venire nella volontà di «tenere insieme competitività ed equità», per poi sottolineare che l'Italia pur non andando bene va meglio di prima. Il bagno di realismo renziano è ovviamente da riportare al momento politicamente delicatissimo e alla consistenza dei settori dell'opinione pubblica contrari al presidente del Consiglio e al Pd che, pur diversi nelle visioni e motivazioni, troveranno l'arma del quesito referendario per esprimere il loro scontento. I "titoli" principali su cui il primo ministro e il titolare dell'Interno Angelino Alfano (l'alleato obbligato del momento, e quello più fedele, sempre al momento) hanno voluto concentrare l'attenzione sono l'aumento di 2 miliardi del fondo sanitario, la chiusura di Equitalia (e la «rottamazione» di more e cartelle esattoriali) – ma al riguardo va monitorato con estrema attenzione ciò che rimpiazzerà quella struttura molto detestata – e la ripartenza delle assunzioni nel pubblico impiego. Renzi avrebbe voluto fare di più per riuscire a finanziare una serie di interventi popolari, dai quali – ritiene – può dipendere la vittoria nel referendum. Ha evitato l'aumento dell'Iva – per fortuna, visto che, come noto, si tratta di una misura in grado di affardellare ulteriormente la già complicatissima situazione dei consumi. Ha varato alcuni strumenti per sostenere la crescita (il nostro problema per eccellenza) e il lavoro produttivo, con il taglio dell'Ires, la riduzione dei contributi previdenziali per le partite Iva e la decontribuzione (seppure con una formula variata) sulle nuove assunzioni. Numerosi sono i fronti "caldi" e i contesti critici che ha davanti Renzi. Scongiurare il paventato taglio al fondo sanitario serve a ridurre la fibrillazione tra le Regioni che avevano annunciato il muro contro il muro e le barricate a fronte ai problemi nella gestione della sanità, e che rimproverano il neocentralismo dell'esecutivo. Sulla legge di stabilità 2017 il premier si è giocato tutte le carte che poteva con i mezzi di cui disponeva, avendo l'orizzonte a brevissimo termine della battaglia referendaria; e lo ha fatto con efficacia. Il Paese però ha bisogno di una strategia di politica economica organica e coerente per ripartire e per «tenere insieme competitività ed equità» (come lui stesso ha dichiarato). Ma questa, nel contesto politico odierno, è un'altra partita, che dipende da quella – salvo rinvii per i ricorsi sul testo del quesito referendario – del 4 dicembre. Chi vivrà, vedrà…