Tra l’arte e la politica un impegno civile senza mai padroni

di GIANFRANCO BETTIN Abbiamo visto un re. Un re giullare, certo, ma pienamente sovrano nel suo tempo e nel suo spazio. La grandezza di artista di Dario Fo sta scritta nella storia universale della cultura. Il premio Nobel del 1997 lo ha solo ratificato accademicamente, come peraltro proprio oggi accade a Bob Dylan, un bagliore di gioia in un giorno di tristezza. Solo la parte più gretta del nostro non di rado grettissimo Paese poteva sorprendersi del riconoscimento a Fo e perfino dolersene. Fo ci godette, di come si rodevano i "reazionari", parola che per lui ha sempre avuto un significato storicamente e culturalmente preciso e che non ha mai smesso di usare. Sulla scena era appunto un re, con la parola e i gesti (la sua mimica!), con una vitalità e ricchezza artistica incontenibile. Ma nel suo essere anche giullare c'era il meglio e il più del suo dire e agire politico e civile. Che era anche la sua parte più discussa e controversa. Da sempre. I suoi nemici gli rinfacciavano la remota adesione, a diciassette anni, alla Repubblica di Salò. Lui la spiegava certo con la giovinezza ma anche come un modo per difendere l'attività antifascista del padre. La dissimulazione di una scelta di famiglia - democratica, antifascista, libertaria - che sarà poi sua per tutta la vita, una scelta poi resa più radicale dall'incontro con Franca Rame, la cui influenza politica su Dario non è stata inferiore al suo apporto artistico. Negli anni cinquanta e nei primi sessanta accompagnò - accompagnarono - le speranze della ricostruzione e poi del boom economico con un salutare controcanto satirico che si rivelò infine profetico. Quel "miracolo economico" celava perduranti arretratezze culturali e nuove ingiustizie sociali e chiusure politiche, la cui denuncia gli costò la cacciata dalla tv. Dal '68 in poi soprattutto, Fo (con Franca) vide nei movimenti giovanili e poi nei movimenti collettivi scaturiti da quella stagione il punto di riferimento e, insieme, i nuovi soggetti da accompagnare e da sostenere, a volte da tutelare con la propria ombra magna, che diventava in Italia e nel mondo via via più prestigiosa. Se ne giovarono in primis le forze della nuova sinistra, i militanti che avevano guai con la giustizia, grazie al Soccorso Rosso di cui soprattutto Franca fu l'anima, le mille cause specifiche di cui entrambi furono appassionati e generosi paladini, dalla ricerca della verità su Piazza Fontana, e sulla morte di Pinelli, fino al caso Sofri, dalle tragedie del lavoro a quelle dell'immigrazione (alle quali, di recente, ha dedicato uno sconvolgente racconto, "Un uomo bruciato vivo", scritto assieme a Floriza Cazacu, figlia dell'operaio romeno Ion bruciato vivo dal padrone a cui aveva soltanto chiesto di essere messo in regola). Questa incessante, strenua attività militante, intrecciata al lavoro culturale, è costata querele, arresti, insulti, esclusioni e, a Franca, il prezzo terribile dello stupro da parte di fascisti imbeccati da apparati di Stato. Neppure questo gli ha impedito di continuare a essere fino alla fine il giullare irriverente e sovversivo e, insieme, di conservare la consapevolezza di reggere la scena teatrale e la ribalta culturale italiana e internazionale con l'autorevolezza della grande arte. Portare tutto ciò nell'agone politico, e dalla parte più eterodossa, capace di rischiare e magari di sbagliare, con entusiasmo e ingenuità, con coraggio, cercando di cambiare le cose, è stato un atto di generosità, di cui forse aveva però anche bisogno, per restare fedele a se stesso e ai propri valori. Di ciò, da ultimo, si è giovato il M5S, non a caso fondato da un altro "guitto" brillante e inquieto e senza padroni. Del Movimento dell'amico Beppe, Dario Fo è stato forse la sesta stella, ma lo è stato con uno splendore proprio, inconfondibile, irriducibile, come gli era accaduto anche in passato. Per questo splende ancora, e splenderà sempre per tutti, per chiunque ami, come diceva, «tuffarsi nella vita con allegria e libertà». ©RIPRODUZIONE RISERVATA