Senza Titolo
Nel giro di pochi giorni, stampa e TV hanno dato notizia di episodi di presunte percosse, violenze fisiche e psicologiche, maltrattamenti perpetrati da educatrici o insegnanti ai danni dei piccoli bambini loro affidati. Partendo dalla segnalazione di una addetta alle pulizie, di una supplente di passaggio o dai segnali di malessere manifestati dai bimbi fino alle indagini delle forze dell'ordine, anche con l'ausilio di telecamere, registratori e sistemi di intercettazione ambientale. E' doveroso non generalizzare: le vicende vanno sottratte al chiacchiericcio da bar e dei salotti televisivi e restituite agli organi inquirenti, scolastici e giudiziari, gli unici titolati a gestire la ricerca della verità. Restano però alcune valutazioni di natura didattica. Punto primo: dato che i docenti (specie per la prima infanzia) si occupano di accudimento/educazione/istruzione dei bambini è necessario che il loro reclutamento avvenga attraverso un rigoroso vaglio concorsuale, tale da verificare il possesso dei requisiti richiesti per insegnare. La telenovela del precariato non aiuta questa selezione: si procede per graduatorie "secolari" fino a sostituire concorsi e prove attitudinali. Poi in una "buona scuola" i dirigenti scolastici dovrebbero visitare più spesso le classi ma sono oberati da una serie di incombenze burocratiche e responsabilità amministrative talora insostenibili. A loro dovrebbe esser chiesto di accertare in via prioritaria la qualità del servizio scolastico proprio nel luogo ove questo viene erogato, fino al 'prodotto finale': l'offerta formativa e il benessere degli studenti. Meno riunioni, conferenze e tavole rotonde e più scuola militante. Una volta nelle scuole giravano gli ispettori scolastici, anche con visite non annunciate: ora per entrare devono avere tanto di "mandato", altrimenti la loro presenza risulta persino abusiva nella scuola dell'autonomia. Infine: qualcuno "in alto" dovrebbe accorgersi che fare l'insegnante (specie con i bambini piccoli) in classi di 25/28 alunni è un mestiere faticoso e logorante, specie se non si dispone di mezzi, strumenti e risorse adeguate. Per farlo bisognerebbe che qualche deputato o Ministro trascorresse almeno una settimana in una di queste classi, nelle stesse condizioni in cui i docenti affrontano i loro quotidiani problemi. Chi sbaglia va punito, i bambini non si toccano e se qualcuno si rende colpevole anche di un solo abuso va cacciato perché non può essere un buon educatore. Ma non viene in mente a nessun legislatore che una maestra di scuola materna non può stare (pena la sua integrità psicofisica e mentale) fino a 67 anni di età in una classe sempre più numerosa, spesso con la presenza di alunni disabili, ipercinetici, caratteriali, di etnie e lingue diverse, con problematiche familiari a volte devastanti, affrontando queste oggettive difficoltà senza disporre di risorse, materiale didattico, supporti e sostegni… che favoriscano l'accoglienza e la piena integrazione degli alunni? Come mai l'insegnamento nelle scuole dell'infanzia non viene riconosciuto come "lavoro usurante"'? Qualcuno deve pur cominciare a parlarne. Francesco Provinciali Pavia