Lo scrittore che indovinò i Nobel

PAVIA Jean Pierre Sauvage, Fraser Stoddart e Ben Feringa il 5 ottobre scorso hanno vinto il premio Nobel 2016 per la Chimica. C'è qualcuno che l'aveva previsto. Il professore di Chimica all'università e scrittore vigevanese Piersandro Pallavicini nel suo ultimo libro "La chimica della bellezza" (Feltrinelli, 2016, pp.270, euro 17), uscito nelle librerie solo venti giorni fa, aveva creato un personaggio, Guillaume Chaleur, che altri non era che l'alter-ego di Sauvage stesso, a cui nella storia veniva assegnato un premio Nobel. Al medesimo tempo nel romanzo si lamentava che chimici come Stoddart e Feringa avrebbero dovuto essere insigniti di questo riconoscimento dalla comunità scientifica. Si aspettava il Nobel proprio a loro tre? «Assolutamente no, anzi, è stata un'enorme, piacevolissima sorpresa. Quando me l'hanno detto ridevo di gioia. Era tutto così pazzesco - la coincidenza con la scrittura e la pubblicazione del libro, e la felicità per degli scienziati che considero quasi fratelli - che la mia reazione è stata euforica». Lei li conosce di persona? «Conosco bene, in frequentazioni anche extra-scientifiche, Jean-Pierre Sauvage. A parte le molte volte in cui è venuto a Pavia al dipartimento di Chimica a tenere cicli di seminari e i molti congressi cui l'abbiamo invitato, io sono stato nel suo laboratorio di Strasburgo a fare un mese come "Invited professor". In più sua moglie è di origini italiane e viene da un piccolo paese del lago Maggiore dove ha una casa in cui i Sauvage vengono spesso in vacanza. Poiché anch'io ho una casa da quelle parti, è capitato che ci siamo incontrati». Stoddart e Feringa? «Li ho conosciuti meno direttamente, visti a parecchi congressi. Con Feringa ed altri colleghi di Pavia ho fatto lunghe chiacchierate e ho preso qualche bicchiere nei bar degli hotel che ospitavano i convegni. Qui in città, quindi, non sono l'unico che ha rapporti con loro. Infatti, il professore Dario Pasini ha fatto il dottorato con Stoddart ed un nostro laureato, Lorenzo Mosca, è attualmente da lui; Stefano Pizzolato è ora invece nel laboratorio di Feringa». Lei crede che i loro siano dei Nobel alla "chimica della bellezza"? «Sì, ne sono convinto. Per le macchine molecolari si è parlato tanto di possibili applicazioni, ma per il momento rimangono a livello di pura ipotesi o dimostrazione da laboratorio. Quando Sauvage, Stoddart e Feringa ci lavoravano, sono sicuro che avessero come obiettivo soprattutto la bellezza intellettuale delle molecole che progettavano e l'eleganza dei metodi usati per prepararle e caratterizzarle. Penso che questo sia stato ben chiaro anche al comitato del premio Nobel, che dunque ha premiato la bellezza della ricerca pura». Far conoscere la bellezza della ricerca pura è anche lo scopo del suo libro. «È stato scritto come una sorta di compensazione per una chimica che amo, quella libera, fantasiosa e creativa, quella delle macchine molecolari e delle supramolecole. Una chimica che sembra essere stata lasciata cadere nell'ombra, nell'oblio, e di cui invece volevo vivificare il ricordo. Tanto che nel romanzo mi ero inventato che venisse assegnato un Nobel proprio agli scienziati che l'hanno fatta. E tu guarda la realtà!». Sauvage sapeva che lei aveva previsto tutto? «No, ma l'ho contattato per e-mail subito dopo il Nobel, per parlargliene. Non mi ha ancora risposto e chissà se lo farà mai. Con il premio gli staranno arrivando al giorno talmente tante congratulazioni e tanti inviti, che credo che dovrò aspettare». I suoi lettori però conosceranno e si appassioneranno a questi personaggi anche se di chimica non se ne intendono. «Spero di sì; almeno vorrei aprire un varco di curiosità. Credo che ciò sia importante, perché su questa scienza si pensano cose sbagliate, spesso negative, e ne si ignora il fascino. Ma, chissà, forse la luce riflessa del premio Nobel mi aiuterà a divulgarla, a divulgare la sua bellezza». Gaia Curci