A Singapore per realizzare i propri sogni
ROMA Hanno poco più di trent'anni, laurea in biologia molecolare in Italia, dottorato in Germania e un progetto di ricerca sulle cellule tumorali all'Università di Singapore: Giulia Varsano e Yuri Frosi sono due tra le centinaia di migliaia di giovani che hanno lasciato il nostro Paese negli ultimi dieci anni per cercare altrove di lavorare sul proprio progetto con una prospettiva e senza dover chiedere favori o «mettersi in fila» nell'università italiana. «Mi sono laureata nel 2009 - spiega Giulia, 32 anni - e ho fatto domanda per il dottorato in Germania ad Heidelberg, all'Embl (Laboratori europei di biologia molecolare). Avevo fatto la tesi all'ospedale Regina Elena a Roma ma non avevo alcun aggancio all'Università e avevo voglia di fare un esperienza all'estero. Yuri mi ha raggiunto nove mesi dopo, lavorava al Regina Elena con un contratto a un anno senza nessuna prospettiva di assunzione. L'Embl ha un prestigio internazionale, potevamo lavorare sul nostro progetto, avevamo uno stipendio competitivo e anche non tassato». «Dopo quattro anni di Germania - prosegue Giulia - ho avuto un'offerta per l'Università di Singapore, e una da San Diego. Ho scelto Singapore oltre che per il tipo di lavoro anche per il clima e perché è la Svizzera dell'Asia: pulita, sicura ed efficiente». «Mi occupo di ricerca di base, studio il meccanismo per cui una cellula regola le sue dimensioni (non diventa gigante o non rimane piccolissima), mi pagano molto bene e mi danno anche un bonus sulla produttività. Yuri lavora per un agenzia governativa e fa ricerca applicata con un progetto in collaborazione con agenzie farmaceutiche per screenig di nuovi farmaci anti tumorali. Anche lui viene pagato molto rispetto agli standard italiani. In Italia - spiega ancora - abbiamo avuto solo l'esperienza della tesi e ci e bastata!». Tre settimane fa Giulia e Yuri hanno avuto un bambino, Valerio, non sanno quanto resteranno a Singapore ma al momento il ritorno in Italia non è nei loro progetti. Si sente un'esiliata, invece,Barbara Capone. È una giovane (35 anni) fisica teorica, laureata a Roma e poi, dopo un Master a Cambridge ha migrato attraverso l'Europa fino ad arrivare a Vienna, dove oggi si occupa di nanomateriali. Non ci sta a definirsi una migrante. «Sei migrante - dice- se la tua è una scelta volontaria e potenzialmente reversibile, se puoi cioè tornare nel tuo paese e occuparti delle cose per le quali hai studiato e sei stata preparata. Purtroppo però, da quando, dieci anni fa, ho lasciato l'Italia, non ho più avuto né modo, né occasione di tornare indietro. Ecco perché mi definisco più una esiliata che una migrante. Occorre poi smontare anche lo stereotipo esterofilo - ha sottolineato - che va per la maggiore in Italia. Purtroppo per molti di noi che siamo all'estero non è che sia tutto questo Bengodi, anzi per lo più ci si riduce ad inseguire cattedre e posizioni in questo o in quel Paese».