l’opinione
Un ex tutto. Silvio Berlusconi, nel giorno del suo 80° compleanno, ha alle spalle un formidabile futuro. Ex leader, ex premier, ex parlamentare, ex Cavaliere. Persino ex Sua Emittenza, ché se oggi guardi con attenzione i suoi canali Mediaset appaiono un pregevole campione di modernariato rispetto all'evoluzione della mutante specie televisiva. Innanzitutto è un'ex speranza. Sì, perché Silvio B fu speranza per molti. Il suo discorso con cui annunciò la discesa in campo, quel lontano 26 gennaio 1994, perché «l'Italia è il Paese che amo», sembrò sgomberare le macerie fumanti di Tangentopoli. Gli credettero 16 milioni e mezzo di italiani, tanti quanti furono i voti raccolti due mesi dopo. Se Occhetto e la sua gioiosa macchina da guerra - nonostante la cancellazione della parola comunista dalla simbologia di partito - apparivano in continuità con una tradizione, al tempo stesso, tragica e gloriosa; Berlusconi si presentò agli elettori come la sintesi arcitaliana dell'uomo di successo: senza passato, immerso in un eterno presente come certi programmi delle sue tv tette e culi, in grado di garantire un'illusione di massa, quella di arricchirsi facile facile. La chiamò rivoluzione liberale. Dopo mezzo secolo di Dc, partito-mamma che ti svezza, ti nutre e ti corrompe dalla culla alla tomba, l'Italia avrebbe meritato di conoscere una normalità politico-istituzionale. Che al blocco delle sinistre si potesse contrapporre una forza liberal-conservatrice che avesse voglia di riformare e di innovare a più non posso. Le promesse immaginifiche non sono mancate. Il bilancio è penoso. E' opinione condivisa che la più evidente delle eredità del ventennio berlusconiano sia la personalizzazione della politica, con la riduzione dei partiti - di governo o di opposizione, senza distinzione - a comodi taxi alla cui guida c'è un uomo solo, il leader. Da Berlusconi in poi la rappresentazione della politica non è stata più la stessa, così come lo scontro tra le forze in campo. Anche a sinistra, a fatica, la mutazione è avvenuta tra incomprensioni e lacerazioni. I rivali oggi di Matteo Renzi sostengono che il premier-segretario sia il figlio (in)naturale dell'uomo di Arcore. Facile semplificazione. Non che lui non ci metta del suo, come quando annuncia la realizzazione dell'eterno ponte sullo Stretto, con annessi 100mila posti di lavoro. Ma queste similitudini sono facili argomentazioni buone nella baruffa quotidiana. C'è un'altra realtà tutta ancora da scandagliare. Il Silvio del '94 era portatore prevalente di sentimenti anti-sistema, fuori dall'establishment consolidato nella Prima Repubblica. Ha anticipato il fenomeno Donald Trump, il miliardario americano speculatore e bugiardo, in grado di contendere la Casa Bianca a Hillary Clinton, pura espressione del sistema a stelle e a strisce. Con quasi vent'anni d'anticipo insomma Berlusconi ha dato corpo a quelle pulsioni anti-istituzionali, eversive dell'ordine costituito, in rotta con le élite culturali del Novecento, che la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell'Impero sovietico hanno poi favorito in tutta Europa. E' lui il primo a dissacrare la liturgia politica officiata dalla Dc, dal Pci e dallo stesso Psi di Craxi. E' Berlusconi il demolitore di se stesso, dell'aura che fino ad allora aveva circondato il capo di un governo e il padrone del partito che lo sostiene. Dal barzellettiere affabulatore alla simpatica canaglia, il passo è stato lungo vent'anni. Matteo Renzi, quando si è presentato come rottamatore, ne è stato l'erede più popolare. Non per le affinità del programma politico, ma per quella carica anti-sistema che ha affascinato tanta parte del popolo di sinistra deluso dal vecchio gruppo dirigente. Renzi si è accreditato con un populismo riformista che almeno fino all'autunno scorso - prima dell'imbarazzante caso della Banca Etruria - lo vedeva con il vento in poppa. Ma l'eredità berlusconiana è andata persino ai 5 Stelle, la cui trasversalità elettorale capace di raccogliere voti a destra a sinistra e al centro li accredita, nei sondaggi, appena poco sotto il Pd.