Israele dice addio a Peres l’uomo che voleva la pace

ROMA Quando il 15 luglio 2007 si insediò come capo dello Stato, lui, uno degli uomini politici più longevi d'Israele, confessò di non aver mai sognato di diventare presidente: «Volevo fare il pastore, o il poeta». Sognatore, inguaribile ottimista, Shimon Peres è morto a 93 anni lasciato nel mondo un segno incancellabile e il suo nome legato per sempre agli accordi di pace di Oslo, l'unica vera speranza di mettere fine al sanguinoso conflitto i palestinesi. «Nella sua vita e con le sue azioni mio padre ci ha lasciato in eredità il domani» lo ha ricordato il figlio Chemi, incontrando la stampa all'esterno dell'ospedale Tel Ha-Shomer di Tel Aviv, dove il patriarca è morto dopo «70 anni di missione», ucciso dalle conseguenze di un ictus che lo aveva colpito il 13 settembre. «Ci ha ordinato di edificare il futuro di Israele con coraggio e saggezza, e di spianare sempre strade per un futuro di pace». Domani, sul monte Herzl, i potenti del mondo gli renderanno omaggio durante le esequie solenni nel cimitero dei Grandi della Nazione, a cui prenderanno parte capi di Stato e di governo. Barack Obama, che ha definito Peres «un uomo che ha cambiato la storia» ha fatto sapere che «desidera molto» essere presente. Annunciata, tra gli altri, la presenza di Bill Clinton, davanti al quale, nel 1993, sul prato della Casa Bianca, fu siglata la pace. «Era un genio dal cuore grande» lo ha salutato l'ex presidente americano. Oggi invece riceverà l'abbraccio della sua gente a Gerusalemme: la sua bara sarà esposta, tra imponenti misure di sicurezza, sul piazzale della Knesset, il Parlamento. Tiepide le reazioni palestinesi: «È stato un partner di Yasser Arafat e Yitzhak Rabin nella pace dei coraggiosi» ha detto il presidente dell'Autorità, Abu Mazen, mentre il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri ha definito Peres «un criminale», la cui scomparsa provoca «gioia» perché era stato «uno degli artefici ell'occupazione». Era stato lui, infatti, a metà degli anni Settanta, da ministro della Difesa, ad autorizzare le prime colonie "ideologiche" ebraiche in Cisgiordania, ma la sua posizione cambiò dopo il 1977, dopo la visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, e il "falco" si trasformò in "colomba", fino a diventare uno dei principali sostenitori della soluzione "due popoli, due Stati". Un'idea trasformata in progetto che nel 1993 lo portò alla firma degli accordi di Oslo che riconobbero ai palestinesi la sovranità su una parte del territorio e consegnarono a Peres, all'epoca ministro degli Esteri del governo laburista, al presidente Rabin, suo rivale storico nel partito, e al leader dell'Olp Arafat, il premio Nobel per la Pace. Nonostante quella storica intesa non avesse prodotto i risultati sperati e fosse rimasta disattesa, Peres aveva continuato a sperare nella possibilità di mettere fine al conflitto e negli ultimi anni aveva anche condotto trattative segrete per far procedere le trattative. Durante il suo mandato presidenziale, in cui aveva fatto da contrappeso al governo conservatore di Benjamin Netanyahu, aveva raggiunto vette di popolarità altissime, con un gradimento dell'85%. (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA